mercoledì 2 novembre 2016

Monopoli (BA) - Maria SS. Addolorara


La “Chiesa del Purgatorio” di Monopoli . . .

[. . .] La città di Monopoli recupererà un nuovo interessantissimo tesoro religioso e artistico, la chiesa a tutti nota come “del Purgatorio”. [. . . fu edificata nel 1681 dalla confraternita di Santa Maria del Suffragio e benedetta nel 1700. La Chiesa è in stile barocco, ha cinque altari di cui quello maggiore è in pietra leccese; opera di Pasquale Simone ospita un dipinto di Paolo Da Matteis, “La Madonna del Suffragio”, donato alla chiesa dall'abate Palmieri, un nobile monopolitano. Vi sono delle opere molto belle di Domenico Carella e la cantoria ospita un organo settecentesco di pregevole fattura realizzato dal Maestro Felice Scala. Al visitatore non può sfuggire il motivo ritornante della chiesa: la morte.

Già dall'esterno si può ammirare il bel portale ligneo del 1736, nella cui parte superiore sono raffigurati gli emblemi del potere, invece, in quella inferiore sono raffigurati i vari strumenti da lavoro. 

Nella parte centrale, sono raffigurati due scheletri che sono uno lo specchio dell’altro, essi rappresentano la morte che appiana le differenze sociali e invitano ad indovinare chi dei due sia stato una persona importante e ricca e chi abbia lavorato umilmente o abbia sofferto la povertà.

Anche all'interno ci sono dei riferimenti alla morte, sulla bussola lignea vi è un’alternanza di metope che alternano il motivo dei teschi a quello delle ossa incrociate; nella zona della cupola ci sono simboli della morte che di volta in volta sono affiancati ad un papa, ad un vescovo, ad un soldato, ad un popolano; tutto ciò vuole significare che nella vita terrena ci possono essere delle differenze ma nell'aldilà tutti sono uguali perché la morte abbatte ogni distinzione sociale.

La presenza sicuramente più rappresentativa è quella degli otto confratelli mummificati. Esistono altre chiese in Puglia che celebrano il culto della morte, ma solo in questa chiesa ci sono questi confratelli che venivano custoditi nei due sepolcreti della chiesa, il primo si trova all'interno dell’edificio stesso, il secondo si trova nel giardino e fu costruito nel 1724 per la famiglia Palmieri (articolo di Cosimo Lamanna).

  
Particolari del portone della chiesa e del portale


A Monopoli il «segreto» delle antiche mummie

Nobili famiglie contrapposte in vita e unite dal culto della morte dal XVII secolo in poi. Accade a Monopoli (Bari) e le famiglie di cui parliamo sono gli Indelli e i Palmieri. I primi donarono alla chiesa di Santa Maria del Suffragio (detta del Purgatorio) l’oratorio che oggi ospita le 9 mummie tra cui la piccola Plautilla di Francesco Indelli. I secondi non furono da meno e realizzarono il putridarium della chiesa di via Padre Nicodemo Argento 16. Come dire che la «camera di mummificazione» fu un dono degli antagonisti di sempre. In quel soccorpo sistemato proprio sotto la canonica avvenivano i processi di tanatometamorfosi (mummificazione) dei corpi per la scolatura naturale, così tanto in auge nel Regno delle Due Sicilie dal XVIII al XIX secolo.

Nelle mummie di Monopoli come in quelle di tante altre località del meridione resta in auge il retaggio dei riti antichi della doppia sepoltura. L’antico concetto per cui il defunto non è più vivo e nemmeno completamente morto fino al disfacimento della carne che lasciava affiorare il candore inalterabile delle ossa. La metamorfosi cadaverica come metafora di purificazione dell’anima fino alla seconda sepoltura. Che non avvenne per le mummie del Purgatorio ancora esposte in un’ala laterale della chiesa dove ha sede la confraternita di Nostra Signora del Suffragio per le anime del Purgatorio. Sorse sul suolo di una tragedia, il crollo del campanile della vecchia cattedrale romanica, nel 1687, con 37 morti e molti feriti.

In quel luogo di morte ha preso vita la due giorni di studi su «Riti e pratiche della morte in età moderna». Relatrice Annastella Carrino (Università di Bari), Francesco Paolo de Ceglia (Università di Bari) e l'esperto di mummie, il curatore della Cripta dei Cappuccini di Palermo Dario Piombino Mascali. La Carrino ha chiarito che «dopo la Controriforma ci fu un tentativo di normalizzazione dei riti della morte. Ritualità intorno al defunto e riti sul defunto, in un segno di continuità fra i vivi e i morti». De Ceglia ha relazionato su Plautilla di Francesco Indelli. Morta a 2 anni, in un’epoca in cui un bambino su 3 non sopravviveva ai 2 anni. L’unica mummia senza data di morte, unica anche in quanto bambina.

«Gli occhi di Plautilla sono delle protesi – spiega de Ceglia -. Dobbiamo recuperare quel modo di guardare alla morte tipico degli uomini del passato e così lontano dal nostro per comprendere il senso di queste mummie. Erano l’estensione della vita dei cari che si erano persi. Tutto questo si coniuga con il grande slancio del Purgatorio che si ha dopo la Controriforma perché la Madonna che dà sollievo alle anime del Purgatorio è il segno che contraddistingue la differenza fra il mondo cattolico e quello protestante». Il viso di Plautilla sembra fosse ricoperto di una sostanza chiara per simulare il colorito di una bimba viva.

Tra le mummie Giovanni Amato Giaquinto di Caserta, governatore di Barletta prima e di Monopoli poi (morto il 24 novembre 1793). Due Longo, Cesare (morto il 1 gennaio 1776) e Onofrio (morto il 15 gennaio 1786). E tra i misteri irrisolti anche quel Pietro (?) Insanguine (morto il 2 dicembre 1772) organista del Purgatorio e della cattedrale e fratello del più noto musicista napoletano del ‘700 Giacomo Insanguine detto «Monopoli» per la città di nascita (articolo di Eustachio Cazzorla della Gazzetta del Mazzogiorno.it)




PREGHIERA A
MARIA SS. ADDOLORATA

Santa Maria, Madre coraggiosa, Tu che
nelle tre ore di agonia sotto la croce, hai
assorbito le afflizioni di tulle le madri del
Mondo, prestaci un po' della tua fortezza.

Alleggerisci le pene di tante vittime dei
soprusi, conforta il pianto nascosto di
tante donne oppresse, nella casa, della
prepotenza del maschio. Guida i passi
delle donne coraggio perché scuotino
l'omertà di tanti complici. Scendi sulle
piazze per confortare coloro che piangono
i figli "spariti".

Santa Maria, Madre coraggiosa, Tu sul
calvario, pur senza morire, hai meritato
la palma del martirio, col tuo esempio
rincuoraci a non abbatterci nelle avversità;
aiutaci a portare il peso delle tribolazioni,
mettiti accanto a chi è sfiorato dalla
tentazione di farla finita perché non ce la
fa più.

Ripetici parole di speranza, o Vergine
Benedetta e gloriosa. Cosi sia.


martedì 1 novembre 2016

Lizzano in Belvedere (BO) - Beata Vergine dell'Acero


Santuario di Madonna dell'Acero
(abbazie, monasteri, santuari a Lizzano In Belvedere)


Chiamato un tempo Santuario della Beata Vergine delle Alpi, è una delle massime espressioni della religiosità popolare della montagna bolognese nel passato. Si trova a 1200 metri sul livello del mare, fu costruito nel 1535 ed è sicuramente l'edificio sacro più importante della zona. La leggenda narra che due pastorelli, di cui uno sordomuto dalla nascita, erano a pascolare le pecore quando furono colti da una bufera di neve sebbene fosse piena estate. I due bambini si rifugiarono sotto un grande acero e, durante l'imperversare del maltempo, apparve la Madonna che fece acquistare l'udito e la parola al bambino sordomuto. A casa riferirono che la Vergine voleva essere venerata in quel luogo. 
Ancora oggi il 5 agosto molti pellegrini partecipano alla festa della Madonna in memoria dell'evento. Il santuario è splendido, in completa armonia con l'ambiente circostante: misura circa 26 mt. per 13 mt. nel transetto, dove le due cappelle, in corrispondenza del presbiterio, formano la croce latina. Esso sorse su un precedente tempietto in pietra che era stato costruito per proteggere l'antico acero (oggi sotto l'altare maggiore) e l'immagine originale dell'apparizione. La costruzione più antica è la parte vicina al campanile: qui il pavimento è rialzato rispetto al resto. Nel corso del XVII e del XVIII secolo furono aggiunte le altre parti e il campanile, fino alla forma attuale. Nel periodo estivo sono esposti i "Brunori", interessanti statue lignee a grandezza naturale: furono donati come ex voto da Brunetto Brunori, uno dei comandanti delle forze fiorentine di Ferruccio Ferrucci, scampato miracolosamente alla morte nella battaglia di Gavinana (03/08/1530) nonostante fosse trapassato da una lancia. Le edicole della Via Crucis segnalano le stazioni che salgono al santuario; furono restaurate nella seconda metà del secolo scorso come ex voto per una grazia ricevuta (tratto dal sito http://www.appenninobolognese.net/).


Come arrivare: A pochi metri dalla strada principale che collega Lizzano al Corno alle Scale.
Periodo apertura: Da aprile a ottobre tutti i giorni dalle ore 09:00 alle ore 19:00, con Santa Messa festiva - da maggio a ottobre alle ore 16.30. La festa della Vergine si svolge il 5 agosto.

Via Madonna dell'Acero 40049 MADONNA DELL'ACERO (BO)
Tel. 0534/53029 - 051/357900 - email: iat.lizzano@comune.lizzano.bo.it 


Per saperne di più


sabato 24 settembre 2016

Beata Vergine Maria della Mercede


La Beata Vergine Maria è considerata a tutti gli effetti l’ispiratrice della fondazione, da parte di S. Pietro Nolasco (1180-1245), dell’antico Ordine della Mercede; il titolo con cui viene onorata è strettamente correlato alla storia di quest’Ordine, che da lei prese la denominazione.
S. Pietro Nolasco nacque a Mais Saintes Puellas (Tolosa, Francia) verso il 1180 e fin da adolescente si stabilì con la famiglia a Barcellona in Spagna.
La prima notizia della sua presenza a Barcellona si ha nel 1203, quando profondamente addolorato nel vedere lo stato miserevole dei cristiani fatti schiavi dai Mori, padroni allora di gran parte della Spagna, egli si trasformò in mercante, per insinuarsi facilmente tra i maomettani ed a Valenza liberò con suo denaro trecento schiavi.
Esaurite le sua ricchezze, si unì ad altri generosi e nobili giovani, per raccogliere offerte e quindi ripetere ogni anno il riscatto di gruppi di schiavi; ma per quanta solerzia impiegassero in questa meritoria opera, vedevano il numero degli schiavi aumentare sempre più.
Bisogna dire che in precedenza vari re e Ordini militari si erano occupati del riscatto degli schiavi, in Francia per esempio era sorto l’Ordine dei Trinitari che se ne interessava, ma molto limitatamente, mentre gli Ordini militari si erano presto estinti.
La situazione degli schiavi, trasportati nei Paesi arabi dai musulmani, era diventata angosciante per Pietro Nolasco e i suoi compagni, che nei 15 anni trascorsi, avevano operato altri cinque grandi riscatti detti “redenzioni” per migliaia di cristiani.


Pietro ad un certo punto valutò la possibilità di ritirarsi a vita contemplativa, sentendosi impotente ad arginare la situazione, alimentata in continuazione dai Mori di Spagna.
E in una di queste veglie di preghiera, la notte fra il 1° e il 2 agosto 1218, la Vergine Maria gl’ispirò, illuminando la sua intelligenza, di fondare un Ordine religioso che si dedicasse alle opere di misericordia e specialmente alla redenzione degli schiavi, anche a costo della propria vita.
Dopo averne parlato con il giovane re d’Aragona, Giacomo I e con il vescovo di Barcellona, Berenguer, il 10 agosto 1218, Pietro Nolasco costituì ufficialmente il nuovo ‘Ordine Religioso Redentore’, nella cattedrale di Santa Croce di Barcellona, prendendo la Regola di S. Agostino.

Si venera a Cagliari (CA)
Inoltre il vescovo consegnò ai giovani laici del gruppo, la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria, sotto il cui patrocinio sorgeva l’Ordine; re Giacomo I consegnò loro lo scudo del suo regno d’Aragona come distintivo (quattro sbarre rosse in campo oro) e il vescovo autorizzò di poter portare sopra l’abito la Croce, segno della sua cattedrale.
In quel memorabile giorno il re Giacomo I ‘il Conquistatore’ (1208-1276) regnante dal 1213, donò all’Ordine l’Ospedale di S. Eulalia in Barcellona, che divenne il primo convento dei religiosi (che erano tutti laici, compreso Pietro Nolasco), fungendo anche come casa d’accoglienza per gli schiavi liberati e sede delle opere di misericordia a favore degli infermi e poveri.
Sotto la guida del fondatore, si mise in moto tutta una organizzazione a favore della libertà dei cristiani messi in schiavitù, che oltre ad aver persa la libertà, erano in pericolo per le pressioni e sofferenze inflitte, di abiurare la propria fede e passare all'islamismo.
La ‘redenzione’ avveniva con il pagamento di un riscatto in denaro o altri generi, fatto al padrone mediante una terza persona, la somma variava secondo l’età, le condizioni sociali, economiche e fisiche dei riscattandi.
Il denaro veniva raccolto dai religiosi con il contributo di ogni ceto sociale dell’epoca, compreso le famiglie che avevano qualche loro componente schiavo in terra araba, vittima delle scorrerie saracene che funestarono dall’inizio del XIII secolo, le coste di Spagna, Francia, Sardegna, Sicilia e Italia Meridionale.

Le ‘redenzioni’ venivano accuratamente preparate, precedute da una cerimonia religiosa prima dell’imbarco; le spedizioni erano dense di pericoli, per i pirati che infestavano il Mediterraneo, i naufragi frequenti, la possibilità di un tradimento degli arabi, che impadronitisi del denaro, trattenevano anche i Mercedari come schiavi, in attesa di un altro riscatto.
Innumerevoli furono i religiosi che incontrarono la morte anche atroce, nell'espletare queste missioni redentrici; si calcola che con questo sistema siano stati liberati circa 52.000 schiavi cristiani nei primi 130 anni della costituzione dell’Ordine Religioso. Al ritorno positivo delle spedizioni, veniva cantato in cattedrale un solenne ‘Te Deum’ di ringraziamento, unitamente agli schiavi liberati.
Caratteristica eroica dei Mercedari durante le redenzioni, era quella di proporsi al posto di uno schiavo, se il denaro non bastava e rimanere prigionieri fino all’arrivo della somma dall’Europa, cosa che non sempre avveniva in tempo specie per gli agguati dei pirati, allora il religioso veniva ucciso barbaramente per vendetta.
L’Ordine fu approvato da papa Gregorio IX il 17 gennaio 1235, in seguito i componenti furono anche sacerdoti e non più solo laici come agli inizi, a cui si aggiunsero la Confraternita e il Terz’Ordine della Mercede. Nel 1265 con s. Maria di Cervellon si aggregò il ramo femminile delle Monache Mercedarie, a cui seguirono in tempi più moderni altre Congregazioni religiose femminili della stessa spiritualità della Mercede.
I Mercedari furono presenti come cappellani con Cristoforo Colombo, quando fu scoperto il Continente Americano; il primo convento fu fondato nel 1514 a Santo Domingo.
L’Ordine Religioso Redentore come si è detto era sotto la protezione della Madonna che ne fu l’ispiratrice; nel 1272 i redattori delle Costituzioni stabilirono che l’Ordine assumesse la denominazione di “S. Maria della Mercede”, titolo attribuitale perché della Mercede o della Misericordia deriva da quanto diceva il re Alfonso X ‘il Savio’ (1221-1284) “Redimere gli schiavi è opera di grande ‘Merced’ “, ossia di Misericordia.
La Vergine è considerata dai religiosi Mercedari, Madre sia di sé stessi, quanto degli schiavi per la cui salvezza eterna i religiosi si devono preoccupare.
È chiaro che oggi per schiavitù s’intende tutti quei pericoli ed affanni che contraddistinguono il peregrinare degli uomini, anelanti alla salvezza eterna, non solo di quella fisica e Maria Corredentrice del genere umano, con amore continua la sua opera come nostra avvocata e ministra della salvezza.
La Chiesa ha voluto valorizzare questo titolo prettamente mariano, stabilendo un ricordo particolare nella liturgia il 24 settembre (Articolo di Antonio Borrelli - Santi e Beati).

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giovedì 1 settembre 2016

Mercogliano (AV) - Maria SS. di Montevergine


La Madonna è raffigurata seduta in trono, tra le sue braccia tiene amorevolmente Gesù Bambino, il quale a sua volta è seduto sulla gamba sinistra della Madre. La mano destra del Bambino tiene il panneggio del manto della Madonna all'altezza del seno. Il capo della Madonna come quello del Bambino sono aureolati, però solo il capo del Bambino risulta ancora avere la corona d’oro donata dal Capitolo di San Pietro in Vaticano nel 1712; l’immagine della Vergine ne è stata privata dal furto sacrilego del 1799. Alcuni angeli contornano la Sacra Immagine della Madonna e nella parte superiore, ai lati del trono, troviamo due piccoli medaglioni all'interno dei quali era conservato “il latte materno della Vergine” e nell'altro un frammento del suo velo. Sul fondo del quadro vari rombi di ottone contengono i gigli angioini. Osservando il quadro appare subito chiara ai nostri occhi la differenza tra le figure del Bambino e degli angeli, e quella della Madonna. 
La sua regale rappresentazione sembra volerne riconoscere a pieno titolo l’importanza, attorno alla quale ruota lo spirito di devozione che anima i monaci e in particolar modo i pellegrini che giungono al Santuario. È Lei la vera protagonista, il suo sguardo dolce rapisce e dona un indicibile senso di pace. La Madonna di Montevergine originariamente nasce come ritratto e viene successivamente completata la sua immagine, se ne ha avuto riscontro durante il suo restauro quando furono scoperte sotto il primo strato tracce di pittura precedenti. I primi cambiamenti il quadro li subisce nel 1661, quando sul capo della Vergine e del Bambino vengono poste due ulteriori corone oltre a quelle già esistenti; nel 1712, ne vengono collocate addirittura tre, mentre nel 1778 furono poste delle lamine dorate intorno al trono. Dopo il furto della notte tra il 17 e il 18 maggio del 1799, l’icona della Vergine fu vistosamente ornata di larghe collane di ottone dorate e di pettiglie che crearono non pochi problemi per la loro rimozione durante il restauro nel 1960 realizzato ad opera del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza alle Gallerie e alle Opere d’Arte della Campania. Oggi è possibile visionare tali oggetti nel “Museo dei Cimeli storici di Montevergine”. 


Nella Basilica Nuova e più precisamente nella Sala di San Guglielmo sono conservati gli ex-voto che nel corso degli anni i monaci fecero applicare direttamente sull’immagine, per esaudire il desiderio dei fedeli che di anno in anno offrivano voti alla Madonna. Le varie leggende, i miracolosi ritrovamenti, le grazie e i miracoli concessi dalla Madonna contribuiscono a conferire a questo luogo di pace e di preghiera una luce affascinante e misteriosa, che spinge ormai da molti secoli numerosi fedeli in devoti pellegrinaggi, soprattutto in occasione delle principali celebrazioni delle feste mariane (Articolo tratto dal sito ufficiale http://www.santuariodimontevergine.com/)

Visita il sito del Santuario


domenica 28 agosto 2016

Capurso (BA) - Santa Maria del Pozzo di Capurso


L’immagine trovata nel pozzo, fu collocata dal Tanzella nella sagrestia della nuova cappella, che non era stata ancora completata. Da questo piccolo provvisorio trono di gloria, la Madonna cominciò ad operare i più strepitosi miracoli. 

Tutti i miracoli della Madonna del Pozzo finirono per farla incoronare il 20 Maggio del 1852.

La corona ha sempre rappresentato il massimo traguardo di tutte le aspirazioni umane. Hanno voluto essere incoronati di oro e di gemme i re, gli imperatori, i poeti, gli eroi, gli atleti, ecc... 

Volle sul capo una corona, ma di spine, persino l’Uomo Dio nel momento cruciale della sua vita terrena.

Da queste premesse risulta evidente perché nella Chiesa Cattolica si cominciò fin dai tempi antichi a coronare le immagini sacre.

Le immagini più antiche all'inizio furono coronate in oro personalmente dai Pontefici romani; ma con l’andar del tempo tali cerimonie, essendosi moltiplicate, furono affidate al Capitolo Vaticano senza nulla perdere della loro fastosità.
Tale onore toccò anche all'immagine della nostra Madonna del Pozzo che,
si era clamorosamente imposta alla devozione dei fedeli e all'attenzione dello stesso pontefice Pio IX. Se grande era stato il rumore della notizia dell’incoronazione, più grande fu il fervore dei preparativi, che non dovevano essere affatto inferiori alla importanza della cerimonia.


Ci sembra opportuna una precisazione: tutte le notizie riguardanti l’incoronazione ci sono pervenute solo attraverso il programma preparato dagli organizzatori e da documenti sparsi, venuti alla luce in questi ultimi anni.


I festeggiamenti ebbero inizio con il triduo di preparazione. La mattina del primo giorno, lunedì 17 maggio, pontificò solennemente mons. Michele Basilio Clary, arcivescovo di Bari; Il secondo giorno il pontificale fu celebrato da mons. Giuseppe dei Bianchi Dottula, arcivescovo di Trani e Nazaret. Il 19 maggio, vigilia della festa, il pontificale spettò a mons. Giuseppe Maria Mucedola, vescovo di Conversano, e teneva il pulpito D. Francesco Saverio Abbrescia, canonico della Real Basilica di S. Nicola di Bari e membro dell’Accademia romana di religione cattolica.



Anche le vie del paese erano state abbellite con fantasmagoriche luminarie di stile gotico che la notte spandevano tutt'intorno aria di festa. Questa decorazione partiva dalla piazza e si snodava lungo tutta la strada che portava al convento, la cui facciata era illuminata a giorno da un gran prospetto, sormontato da una statua che rappresentava la Religione e da medaglioni raffiguranti la Vergine SS. del Pozzo, il papa Pio IX e il re Ferdinando II, mentre l’ingresso del convento era rivestito da un frontone, ai cui lati furono allestite due orchestre. Il 20 maggio, giorno dell’incoronazione tanto atteso, fu tutto religioso.


Vergine SS. del Pozzo immaginetta del 1906
All'ora stabilita il card. Mattei fu prelevato processionalmente dalle sue stanze e accompagnato da tutto il clero presente in sagrestia, dove indossò piviale e mitra per dar inizio alla solenne cerimonia.

L’ingresso in chiesa fu quanto mai trionfale; preceduto da numerosissimo clero regolare e secolare, il Cardinale avanzò lentamente verso l’altare con i due Prelati assistenti al trono, i canonici del Capitolo Vaticano Alberto Barbolani e Lorenzo de’ Conti Lucidi. Il Provinciale degli Alcantarini di Lecce portava su un vassoio d’argento le due corone d’oro. Ai piedi del trono il Cardinale, presenti il regio notaio, il sindaco apostolico degli Alcantarini e due testimoni, previo l’interrogatorio di rito, consegnava le due corone al Provinciale, e per lui ai Frati Alcantarini, che da quel momento ne diventavano depositari e responsabili.

Letto alla presenza di tutti l’atto notarile, compilato dal notaioD. Ermenegildo d’Alessandro di Capurso, e promulgate le indulgenze concesse dal sommo pontefice Pio IX, le due corone furono benedette e portate processionalmente all’altare della Vergine per essere depositate accanto ad esso, secondo quanto prescritto dal Rituale.

Venne finalmente il momento culminante di tutta la giornata. Celebrato il pontificale, il card. Mattei riprese piviale e mitra, e dinanzi al trono della Vergine recitò le preghiere di rito. Intonata poi l’antifona «Regina Coeli laetare», sali devotamente i gradini del trono e con le mani tremanti tra l’osanna dei cori, il suono dell’orchestra e l’applauso frenetico e incontenibile della folla, che gremiva e circondava la Basilica fino all’inverosimile, depose le due artistiche corone sul capo del Bambino e della Vergine del Pozzo.

Seguì una devota e ordinatissima processione nella quale si volle portare in trionfo l’immagine lignea della Madonna del Pozzo appena coronata.


SANTUARIO / BASILICA

Quello che più colpisce l’occhio del visitatore, è la imponenza delle masse esterne e la coerente unità delle parti: la Basilica e il convento formano un meraviglioso complesso armonico che s’innalza, bianco di calce e ricco di motivi architettonici, in una vastissima piazza.

La facciata della chiesa, leggermente avanzata sul resto dell’edificio, si eleva poderosa su due enormi pilastri che si prolungano nella seconda campata, per reggere il composito cornicione, sul quale poggia un timpano di gusto barocco.

Sulla porta centrale, si apre un finestrone, che, crea un certo movimento di masse. Tra la porta e il grande finestrone, che dà luce all’interno trova posto un’elegante nicchia nella quale è stata collocata una statuina della Madonna, scolpita in pietra dal mastro cegliese Giuseppe Vitulli nel 1769.

Dietro le basse volute del timpano si affaccia, modesto e snello, il campanile sormontato da una cupoletta di richiamo moresco.

L’interno rispecchia la grandiosità esterna. La pianta ha forma basilicale con cappelle laterali grandi e piccole, e con pilastri che creano un ritmo serrato di vuoti e di pieni, caratteristico nelle chiese del Seicento classico. Tutta la costruzione è in tufo locale ma il rivestimento di marmo crea un effetto pittorico veramente raro, grazie al gusto e all’arte dei vari maestri marinisti. Fino al 1853 dalle mura della chiesa pendevano, ben distribuiti, dieci medaglioni dipinti su tela incollata su legno duro di forma ellittica con cornice a colori e fregi indorati: la loro grandezza è di m. 3,70 per 2,90.


I quadri rappresentano dieci dei più insigni miracoli operati dalla Madonna del Pozzo e scelti tra quelli del processo mandato a Roma, per ottenere la solenne incoronazione in oro. Furono eseguiti nella Scenografia di S. Carlo in Napoli.

Oggi questi medaglioni si possono ammirare nella cappella del Pozzo.

L’altare maggiore, addossato alla parete di fondo, è ancora più splendido: rifulge di marmo bianco, giallo oro, verde antico, barolè di Francia ecc. Ai lati esso è sormontato da due angeli portacandelabro in tutto tondo di marmo statuario, come il bassorilievo raffigurante la Madonna del Pozzo a mezzo busto, posto al centro del paliotto.

Esso è consacrato alla stessa Madonna e Gregorio XVI, in considerazione dei numerosissimi miracoli operati dall’immagine prodigiosa, lo dichiarò Privilegiato Quotidiano Perpetuo per tutti i sacerdoti celebranti, con Breve 28 maggio del 1839.

Ben armonizzata con l’altare, a ridosso della parete, si innalza la monumentale ed artistica Cona che racchiude l’affresco trovato nel pozzo. Con la costruzione della basilica la storia del nostro Santuario si fa più lineare. Innanzitutto bisogna ricordare che l’affluenza al Santuario cresceva sempre più non solo nelle grandi ricorrenze della festa d’agosto, dell’ottava e delle due successive domeniche di settembre, ma si infittiva anche durante tutto l’anno: toccava punte massime, con scene commoventi di fede, quando giungevano di lontano le comitive a piedi in maggio o in agosto. 

Foto storica della Basilica (clicca sull'immagine)

Di questo vasto movimento ci resta una indicativa testimonianza nei numerosi donativi in oro, argento e pietre preziose che ogni anno i miracolati offrivano alla Vergine del Pozzo in segno di gratitudine, tanto che gli Alcantarini furono costretti a creare appositi registri.


Dopo il 1799, le elemosine andarono sempre più diminuendo a causa della generale indigenza e delle idee rivoluzionarie e giacobine diffuse dai soldati francesi. Ci resta un elenco significativo delle personalità che in quel periodo vennero a Capurso in forma ufficiale. L’elenco, ripreso da un «album» che il Signor D. Ernesto De Mario, cancelliere comunale, conservava gelosamente.


mercoledì 20 luglio 2016

Siracusa (SR) - Madonna delle Lacrime


Madonna delle Lacrime è l'appellativo con cui i cattolici venerano Maria, in seguito a un evento verificatosi a Siracusa nel 1953: da un'effigie mariana in gesso smaltato sarebbero scaturite lacrime, risultate in seguito di tipo umano.

La storia

La lacrimazione sarebbe avvenuta a Siracusa, dal 29 agosto al 1º settembre 1953, in via degli Orti di San Giorgio al n.11, nell'abitazione di due giovani coniugi, Angelo Iannuso e Antonina Lucia Giusto; Antonina, in attesa del primo figlio, aveva una gravidanza difficile, con ricorrenti abbassamenti della vista: verso le tre di notte del 29 agosto la vista scomparve del tutto, per tornare normale alle 8.30 del mattino, quando Antonina vide lacrime scendere sul viso di una Madonnina in gesso, posta a capo del letto. Il mezzo busto in gesso smaltato (cm 23 di base per cm 28 di altezza), montato su di un supporto di vetro opalino, raffigurante la Madonna che mostra il proprio Cuore Immacolato, era un regalo ricevuto per le nozze, celebrate il 21 marzo di quell'anno. La lacrimazione si ripeté almeno 58 volte e la notizia si divulgò rapidamente rendendo casa Iannuso meta di incessante pellegrinaggio.

Il parroco, don Giuseppe Bruno, con il permesso della Curia sottopose il fenomeno a una commissione medica, presieduta dal dottor Michele Cassola. La commissione si recò in casa Iannuso il 1º settembre: venne prelevato circa un centimetro cubo del liquido che sgorgava dagli occhi della Madonnina; sottoposto ad analisi, il liquido fu classificato come "lacrime umane". e, dopo un esame anche del quadretto, il fenomeno fu dichiarato non spiegabile scientificamente.

Domenica 30 agosto dello stesso anno, un cineamatore di Siracusa, Nicola Guarino, era riuscito a filmare una lacrimazione, documentando il fenomeno in circa trecento fotogrammi. Altri filmati amatoriali che documentano la lacrimazione sono conservati presso la curia vescovile di Siracusa, e furono mostrati nel programma Mixer del 2 maggio 1994 (RAI, G. Minoli), all'interno di una ricostruzione degli eventi.

Il giudizio della Chiesa cattolica

L'episcopato della Sicilia, presieduto dal cardinale Ernesto Ruffini, il 13 dicembre 1953 ha dichiarato miracolosa la lacrimazione.

Dopo il giudizio dell'episcopato di Sicilia, l'anno seguente il papa Pio XII, partecipando a un convegno mariano nell'isola, ricordò in un radiomessaggio l'evento:
« Non senza viva commozione prendemmo conoscenza della unanime dichiarazione dell’Episcopato della Sicilia sulla realtà di quell’evento. Senza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre né dolore né mestizia; ma Ella non vi rimane insensibile, che anzi nutre sempre amore e pietà per il misero genere umano, cui fu data per Madre, allorché dolorosa e lacrimante sostava ai piedi della Croce, ove era affisso il Figliolo.
Comprenderanno gli uomini l’arcano linguaggio di quelle lacrime?
Oh, le lacrime di Maria! Erano sul Golgota lacrime di compatimento per il suo Gesù e di tristezza per i peccati del mondo. Piange Ella ancora per le rinnovate piaghe prodotte nel Corpo mistico di Gesù? O piange per tanti figli, nei quali l’errore e la colpa hanno spento la vita della grazia, e che gravemente offendono la Maestà divina? O sono lacrime di attesa per il ritardato ritorno di altri suoi figli, un dì fedeli, ed ora trascinati da falsi miraggi? » (Papa Pio XII, 17 ottobre 1954, Convegno Mariano di Sicilia)

Critiche

Luigi Garlaschelli, membro del CICAP ha riprodotto diverse volte il miracolo della lacrimazione imbevendo una statua di materiale poroso in un liquido salino. Alla statua, successivamente smaltata erano praticati alcuni fori all'altezza degli occhi dove il liquido di cui era intrisa poteva fuoriuscire dando l'effetto di una lacrimazione. Recuperata una copia esatta della statua di Siracusa realizzata dallo stesso produttore nello stesso periodo, Garlaschelli ha fatto notare come essa sia proprio di gesso smaltato, con una cavità dietro la testa.

Tuttavia è da notare come la commissione all'epoca degli eventi avesse smontato l'effigie per verificare la presenza di elementi estranei alla statua e nel rapporto ufficiale avesse riconosciuto che: “È da notare che l'esame con lenti di ingrandimento degli angoli interni degli occhi non ha fatto rilevare nessun poro o irregolarità della superficie dello smalto”. Il rapporto fu firmato dai dottori Michele Cassola, Francesco Cotzia, Leopoldo La Rosa e Mario Marietta. Nello stesso senso si espresse il produttore dell'oggetto.

Il dottor Michele Cassola, dichiaratamente ateo, incaricato di valutarne scientificamente l'attendibilità, non negò mai l'evidenza della lacrimazione, in seguito alla quale si convertì in punto di morte.


Il santuario

Progettato nel 1957 e iniziato nel 1966, il santuario della Madonna delle Lacrime venne inaugurato da Giovanni Paolo II il 6 novembre 1994. Nella parte superiore della basilica, presso l'altare centrale, è custodita l'effigie mariana protagonista dell'evento: il quadretto, prima di essere custodito nel santuario costruito successivamente, rimase esposto fino al 1968 alla venerazione dei fedeli in piazza Euripide (Notizie tratte da Wikipedia).


Interno del Santuario


venerdì 15 luglio 2016

Rossano (CS) - Icona di Maria SS.ma Achiropita, sec. VIII


SANTUARIO MARIA SS. ACHIROPITA

Nella vita dell’abate basiliano San Nilo, scritta tra il 1030 e il 1040 dal discepolo San Bartolomeo, la Cattedrale di Rossano viene chiamata "Chiesa della Madre di Dio". Era infatti dedicata a Maria Santissima e ne conteneva una venerata effigie, detta, secondo l’uso basiliano Odigitria, cioè Conduttrice, Guida.
L’immagine si trova in una nicchia al lato destro della navata centrale, su un altare in pietra di Cipro, decorato con marmi policromi e circondato da una balaustra.
Si tratta di un affresco su un frammento di colonna, venerata fin dal XII secolo col titolo di ACHIROPITA, cioè "
non dipinta da mano umana". Oggi l’icona è perfettamente libera e visibile, ma nei secoli passati ben sette lastre di vetro sovrapposte rendevano l’immagine meno evidente, velandola di un senso di mistero e di arcano. I recenti lavori di pulitura hanno reso leggibili sul lato destro in verticale, alcune lettere greche del nome THEOTOKOS, cioè "Madre di Dio". Da saggi effettuati dai tecnici della Sovrintedenza sembra che l’attuale affresco sia sovrapposto ai resti di uno più antico.
La leggenda narra che una notte, una donna di straordinaria bellezza circondata da una luce abbagliante apparve al guardiano della chiesa che era in costruzione e lo indusse a ritirarsi. Il mattino seguente fu rinvenuta l’effigie della Madonna Achiropita. 



Secondo la tradizione, invece, nel VI secolo il monaco Efrem, dopo aver predetto al nobile Maurizio, in fuga e naufrago a Rossano, la sua elezione a Imperatore di Bisanzio, avrebbe ottenuto per gratitudine la promessa di una cappella da dedicare alla Madre di Dio. Durante i lavori di costruzione, quando si trattò di dipingere l’icona, nottetempo, l’immagine eseguita dagli artisti bizantini scomparve, rimpiazzata miracolosamente dall'Icona Achiropita.

Sorta nell'XI-XII secolo su una preesistente chiesa bizantina, la Cattedrale ha inglobato nella sua struttura l’antica edicola votiva della Madonna Achiropita, a cui poi la chiesa è stata dedicata. Visitata nel 1193 dal re Tancredi, nel XIV secolo venne ampliata nella parte absidale e successivamente rimaneggiata con altri significativi interventi di rifacimento. Nel XVII secolo venne aggiunta una quarta navata riccamente affrescata, destinata a cappelle devozionali. Dall'originario stile gotico normanno-svevo, si è passati pertanto ad uno stile composito che, pur alterando l’antica architettura, non ha intaccato la primitiva solennità e bellezza.

La facciata, distrutta dal terremoto del 1836, fu rifatta in due tempi da Mons. Tedeschi (1833-34) e da Mons. Cilento (1844-88). La lapide sul portale d’ingresso ricorda il fatto. Il portale rinascimentale è sormontato da una statua dell’Assunta tra due Angeli in bassorilievo. In alto, sui pinnacoli sono poste le statue dei Santi Rossanesi Nilo e Bartolomeo. Nel 1455 l’Arcivescovo Lagonessa aprì la porta sulla navata laterale, detta Porta Piccola, in splendido gotico. A sinistra del corpo di fabbrica è affiancato il campanile, anch'esso ricostruito da Mons. Cilento dopo il terremoto del 1836. All'esterno si nota l'affresco di S. Cristoforo, opera di Capobianco, mentre la copertura a cupola è rivestita da marmette gialle e verdi.
L’interno, diviso in tre navate da una fuga di pilastri rettangolari con rivestimento marmoreo dei primi del ‘900, presenta una copertura lignea a cassettoni, costruita in due fasi diverse: nel XVI secolo quella centrale, nel XVII secolo quella delle navate laterali. 

Nell’abside dell’Altare Maggiore è illustrata, in sei affreschi, la storia dell’Icona Achiropita. Sulla volta con tetto ligneo dorato si nota il rilievo dell’Assuntae l’Incoronazione della Vergine, mentre in due lunette appaiono i Santi Rossanesi Nilo e Bartolomeo.

Gli affreschi sono opera di Capobianco (XIX secolo) mentre le vetrate dei Santi Pietro e Paolo, oltre quelle di S. Nilo e S. Bartolomeo nelle navate laterali, sono un’aggiunta dell’Arcivescovo Rizzo (1949-71). Disseminate nel corpo della chiesa si ammirano le tele degli altari votivi, databili tra il XVI e il XIX secolo: una Pentecoste, la Madonna del Carmine con S. Michele, Maddalena Penitente, S. Lucia, la Vergine con i Santi Patroni.


Di pregevole fattura sono i mosaici, residuo dell’antico pavimento dell’area presbiteriale, risalente al XII secolo, in cui vi risaltano elementi del Bestiario con i simbolismi tipici dell’arte normanna. Opere d’arte degne di nota sono: il coro ligneo (XIX secolo), il pulpito marmoreo (1753), un organo a canne (1622), l’altare marmoreo di S. Nilo con ciborio intarsiato.

La Cattedrale ospitò il rito greco fino al 1460, anno in cui l’Arcivescovo M. Saraceno decretò il passaggio al rito latino (Notizie tratte dal sito http://associb.org.br/tradizio/achiropita/chiesa.html).

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