Il sito è dedicato a tutte le raffigurazioni (immaginette e cartoline) della Madonna con i suoi diversi titoli. Il titolo è quell’attributo che viene conferito dai cristiani alla Vergine Maria, per invocare il suo nome oppure per indicare alcuni suoi caratteri. I titoli trovano origine, soprattutto, nei miracoli fatti dalla Vergine, nei luoghi dove si sono verificate le diverse apparizioni e nei particolari attributi iconografici.
Questo Tempio è dedicato a Maria Madre e Regina e qui si venera l’immagine di Nostra Signora di Fatima chiamata la “Pellegrina”. Ricorda la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria celebrata per l’Italia il 13 settembre 1959 da un Delegato di Sua Santità il Papa Giovanni XXIII, alla presenza di tutti i Vescovi italiani, a conclusione del XVI Congresso Eucaristico Nazionale.
Immaginetta del Santuario Mariano di Monte Grisa
La consacrazione, venne richiesta dalla Madonna alla veggente Lucia con le parole:
“Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Prometto la salvezza a chi l’abbraccerà e queste anime saranno care a Dio come fiori collocati da me per ornare il Suo Trono”.
Fatima, 13 giugno 1917
E successivamente, nel 1929, mentre Suor Lucia stava facendo l’Ora Santa, la Madonna le disse:
“È giunto il momento in cui Dio chiede che il Santo Padre faccia, in unione con tutti i vescovi del mondo, la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato, promettendo di salvarla con questo mezzo”. Tuy, 13 giugno 1929
Questa Sacra immagine è dono del Santuario di Fatima alla città di Trieste ed è stata recata presso questo Santuario dal Vescovo di Fatima-Leiria Mons. Joao Pereira Venancio, a ricordo della “Peregrinatio Mariae” italiana detta “delle meraviglie” del 1959; Da questo altare vuole annunciare a tutti il suo profetico messaggio di misericordia, preghiera, riparazione e penitenza per la conversione dei peccatori.
Origini del Tempio
In un momento tragico della storia di Trieste, precisamente il 30 aprile 1945 alle ore 19.45, il Vescovo della città, Monsignor Antonio Santin, fece questo voto alla Madonna: “Se con la protezione della Madonna, Trieste sarà salva, farò ogni sforzo perché sia eretta una Chiesa in suo onore”.
Nel 1948, Mons. Strazzacappa, su un numero della rivista “Settimana del Clero” auspicò e scrisse: “A conclusione (di un programma proposto per riaccendere in tutta Italia la devozione alla Madonna facendo conoscere il messaggio di Fatima) sarà bello erigere a Trieste un Tempio in onore della Madonna”.
Passarono gli anni ed esattamente dieci anni dopo, nel 1958, durante una riunione della Conferenza episcopale italiana tenutasi a Roma, venne preso in seria considerazione l’auspicio del Sommo Pontefice Pio XII, che invitava i Vescovi italiani, come già in altre Nazioni era stato fatto, a consacrare l’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Si stabilì perciò di preparare la popolazione a questo evento, facendo passare la statua della Madonna di Fatima per i 92 capoluoghi di provincia del nostro Paese, pellegrinaggio che iniziando dalla Sicilia avrebbe dovuto concludersi a Trieste. Affinché l’Atto di Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria fosse riconosciuto come un evento storico di straordinaria importanza per la Nazione italiana, fu accolta questa proposta espressa con grande entusiasmo dal Cardinale di Bologna, Giacomo Lercaro: “L’itinerario mariano si concluderà a Trieste con una cerimonia che riuscirà cara al cuore di ogni italiano: la posa della prima pietra di un Tempio dedicato a Maria Regina d’Italia, in ricordo della Consacrazione e quale atto di riconoscenza della Patria preservata dalla tirannide del comunismo ateo. Trieste manca di un vero e grande Santuario mariano: è quanto mai bello che l’Italia glielo offra in questa occasione! Dalle colline di Trieste la Vergine guarderà e benedirà tutta l’Italia”.
La Madonna Nera di Oropa, collocata all’interno del Saccello, anche oggi, come da tanti secoli continua ad accogliere i pellegrini che vengono a pregare al Santuario.
La statua lignea, alta mt 1,32, rappresenta la Madonna nel mistero della presentazione del Bambino al Tempio e della sua Purificazione. Infatti il Bambino reca la colomba e la Vergine stende il braccio destro con la palma della mano a racchiudere le monete dell’offerta. (Il prezioso pomo in oro, sormontato dalla croce tempestata di diamanti, che porta ora è un oggetto votivo posteriore).
I suoi tratti e l’espressione del volto, come pure il drappeggio delle vesti richiamano caratteri arcaici ed orientali. Anche l’espressione del Bambino, che non ha tratti infantili ma di un piccolo uomo, richiama le antiche icone. Secondo la tradizione, la statua venne portata da Sant'Eusebio dalla Palestina nel IV secolo d.C. mentre fuggiva dalla furia della persecuzione ariana; adoperandosi per la diffusione della devozione mariana, Sant'Eusebio avrebbe nascosto la statua tra le rocce dove ora sorge la Cappella del Roc, costruita nella prima metà del Settecento dagli abitanti di Fontainemore, località valdostana ancora oggi fortemente legata al Santuario dall'antica processione che si snoda ogni cinque anni tra i monti che separano le due vallate. Il manto blu, l'abito e i capelli color oro fanno da cornice al volto dal sorriso dolce e austero. E’ stato constatato che sul viso della Madonna e del Bambino, non si posa mai la polvere. Il fatto è attestato pubblicamente da prove periziali, tra cui quella del can. Agostino Penna.
La statua, nonostante i secoli, non presenta alcun segno di logoramento. Il suo piede, nonostante l’uso di essere toccato ripetutamente dai pellegrini, anche con oggetti ricordo, non presenta segni di usura.
Nel 1621 furono fatti due tentativi, in tempi diversi, per trasportare la Sacra Statua in località più vicina a Biella; uno dalla parte di Cossila, l’altra verso Pralungo. Ma tutte e due i tentativi fallirono: a poca distanza dal Santuario la Statua diventò così pesante che i portatori non poterono continuare il trasporto. Perdette il peso straordinario solo quando si accinsero a riportarla al suo primitivo sacello.
Fino a poco tempo fa, sul capo della Madonna vi erano posate tre corone, omaggio delle secolari incoronazioni e tanti preziosi gioielli ornavano il suo petto.
La devozione alla Madonna di Oropa è sempre molto sentita. Tanti fedeli della Diocesi di Biella e dalle diocesi vicine, ogni anno, salgono con i loro Parroci, per esprimere, con solenni processioni, la loro fede e l’amore per la Madre di Dio.
La storia del santuario racconta anche di persone illustri, civili, politiche e religiose, che hanno lasciato la testimonianza del loro passaggio:
Il Beato Giovanni Paolo II fu a Oropa il 16 luglio 1989 in visita ufficiale. Altri futuri papi, ancora cardinali, visitarono il Santuario: I cardinali Acchille Ratti, Angelo Roncalli, Albino Luciani, Giovanni Battista Montini, Joseph Ratzinger.
Anche molti santi si recarono ai piedi della Madonna nera tra cui si ricordano: San Giovanni Bosco, San Giuseppe Benedetto Cotolengo, Santa Maria Domenica Mazzarello, il Beato Michele Rua, la Beata Anna Michelotti, La Beata Teresa Grillo, San Guido Maria Conforti, il Beato Luigi Maria Monti. (Articolo tratto dal sito http://www.reginamundi.info/)
Preghiera alla Madonna di Oropa
Che si recita ogni giorno nel Santuario
O Madre di Dio e Madre nostra Maria,
che hai scelto la Conca di Oropa
per collocarvi la tua prodigiosa immagine,
strumento della Divina Misericordia
per i molti che ti invocano:
continua la tua materna assistenza a favore di noi,
del popolo cristiano e dell’umanità tutta.
Sostienici
perché la nostra testimonianza
dilati il Regno di Dio,
nella Chiesa, nella famiglia,
nella scuola nella società.
Conforta i giusti nel divino servizio,
conduci a penitenza i peccatori,
ottieni consolazione agli afflitti e salute agli infermi.
La tua materna bontà avvalori la nostra preghiera
per coloro che ci hanno preceduto nella via dell’eternità .
E noi continueremo ad amarti, invocarti e benedirti.
O Regina potente e pietosa del Sacro Monte di Oropa.
Ave Maria…
Regina del Monte di Oropa, prega per noi.
Il Santuario di Oropa
Il santuario di Oropa è un santuario mariano - dedicato alla Madonna Nera - situato una dozzina di chilometri a nord della città di Biella, a circa 1.159 metri di altitudine, in un anfiteatro naturale di montagne che circondano la sottostante città e fanno parte delle Prealpi biellesi.
Il santuario comprende oltre, ad un Sacro monte (il Sacro Monte di Oropa), la chiesa originaria sorta sulla base di un antico sacello ed il santuario attuale vero e proprio dotato di diverse strutture destinate all'ospitalità di fedeli e turisti. Dal santuario è possibile raggiungere il rifugio Savoia (quota 1900 m circa) e da qui, in pochi minuti, il Lago del Mucrone sul monte omonimo. Una cestovia arriva dal rifugio Savoia fino alla cima del monte Camino, a circa 2.400 metri di altitudine.
Nel marzo del 1957 papa Pio XII l'ha elevato alla dignità di Basilica minore. Come parte del sistema dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, il Sacro Monte di Oropa è stato dichiarato nel 2003 patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.
Secondo la tradizione, il santuario di Oropa venne fondato da Sant'Eusebio vescovo di Vercelli nel IV secolo. Benché questa tradizione non goda di riscontro documentale, certo è che Eusebio diffuse il Cristianesimo e la devozione mariana nelle valli biellesi. A quei tempi infatti la popolazione del vastissimo territorio che corrisponde grosso modo all'odierno Piemonte era ancora quasi tutta pagana. In Vercelli prevaleva il politeismo romano mentre nelle valli alpine e nel Monferrato si conservava intatto il culto degli antichi celti tra i quali la venerazione di grandimassi erratici. Dove rifulse l'animo apostolico di Eusebio fu l'impegno nell'eliminare il paganesimo specialmente nei centri di antichissimo culto come ad Oropa e a Crea sostituendo il culto delle deità femminili celtiche con il culto della Madre di Dio, Maria.
In una Bolla di Papa Innocenzo III del 2 maggio 1207 sono menzionate a Oropa due chiese dedicate a Santa Maria e a San Bartolomeo. Secondo i più recenti studi storici questi edifici risalirebbero almeno all'VIII - IX secolo. Si tratta di due piccoli edifici montani. Mentre Santa Maria è scomparsa nell'espansione del santuario, San Bartolomeo è stato recentemente riscoperto e riaperto al culto.
Santuario di Oropa, Chiesa nuova
Della prima metà del Trecento è la statua gotica della Madonna nera che si venera nel santuario. Alla Vergine sono attribuiti numerosi miracoli e grazie particolari. Inizialmente il simulacro della Vergine era ospitato in un sacello, il cui sito è ancora visibile nella parete nord della basilica antica, presso un masso erratico, che probabilmente era stato un luogo di culto precristiano.
Dal XV secolo le famiglie biellesi iniziano a costruire ad Oropa case private, che occasionalmente possono ospitare i pellegrini. Del 1522 è il primo quadro ex voto, opera di Bernardino Lanino. In epoca barocca il santuario ha una grande espansione architettonica, grazie anche alla protezione della Casa di Savoia. Furono le infante reali Maria Apollonia e Francesca Caterina (sepolta nella navata centrale della Basilica antica) che fondarono le "Figlie di Maria", un gruppo di donne che, pur senza proferire i voti in forma pubblica, si dedica ancora oggi all'assistenza dei pellegrini e alle necessità del santuario. Sono attivi ad Oropa architetti illustri, fra i quali Filippo Juvarra (cui si deve fra l'altro la monumentale Porta Regia del santuario), Ignazio Galletti e Guarino Guarini.
Attorno alla basilica antica, che risale agli inizi del Seicento, viene edificato un santuario, che aveva le funzioni di ospizio per i pellegrini.
Durante la peste del Seicento, la città di Biella fa voto alla Madonna d'Oropa e rimane incontaminata. Tuttora, annualmente, la città compie ad Oropa una processione solenne in osservanza di questo voto.
Nel 1620 si ha la prima solenne incoronazione della Statua della Madonna nera. Successive incoronazioni si ripeteranno ogni cent'anni.
Su un colle a ovest del santuario viene costruito un Sacro Monte.
Oropa, nonostante la difficoltà delle comunicazioni, divenne dunque meta di frequenti pellegrinaggi agevolati a partire dal 1911 dalla costruzione della tranvia Biella-Oropa, soppressa nel 1958.
L'effigie della Madonna d'Oropa viene riprodotta con affreschi sulle case e nei piloni votivi, statuette e immagini di ceramica si trovano in tutti i paesi attorno a Oropa per un raggio di cinquanta chilometri. Molte chiese ospitano copie del Simulacro oropense, fra cui celebre è la copia barocca della chiesa di San Giacomo al Piazzo di Biella.
Sacro Monte di OROPA al tramonto e di sera (UNESCO)
Nelle cronache relative alla fondazione del santuario si narra che la statua della Madonna Nera fosse stata nascosta da sant'Eusebio sotto un masso erratico per impedire che essa cadesse nelle mani degli eretici. Sopra tale masso gli abitanti di Fontainemore costruirono nel primo Settecento una cappella, oggi detta del Ròc (ovvero del masso).
Situato nel comune di Moncrivello, il santuario è sorto per celebrare un'apparizione mariana, risalente al XVI secolo, connessa alla presunta guarigione miracolosa di una donna, Domenica Millianotto, affetta da numerose infermità. L'apparizione sarebbe avvenuta sul tronco di un castagno, completamente potato, in dialetto locale trumpone, in quanto molto grande.
La costruzione, voluta da Gabriella di Valperga di Masino, moglie del marchese di Moncrivello, ed autorizzata da papa Pio IV, con bolla pontificia del 31 agosto 1562, ebbe inizio appena giunse l'autorizzazione papale.
Nel 1568 fu conclusa la rotonda rinascimentale e nel 1600 si prolungò il lato sud con tre navate. Nel 1659 fu terminato il convento affidato ai frati Minori Riformati della provincia di Torino. I nuovi palazzi in stile neoclassico furono edificati nel 1893.
Nel 1827 il santuario e il convento passarono ai monaci cistercensi.
L'arcivescovo di Vercelli Celestino Matteo Fissore istituì al Trompone la sede di un Seminario, la cui attività proseguì fino al 1970. In quello stesso anno dall'incontro tra monsignor Luigi Novarese e l'arcivescovo Albino Mensa nacque il progetto per la realizzazione di una struttura sanitaria riabilitativa gestita dai Silenziosi Operai della Croce. Dal 2006 di fronte al santuario fu inaugurata la nuova sede denominata Centro di recupero e rieducazione funzionale mons. Luigi Novarese.
Il Santuario del Trompone
Le parole di San Carlo Borromeo, che visitò il santuario il 9 ottobre 1584, documentano le credenze relative ai fatti miracolosi che portarono Gabriella di Valperga a far costruire il Santuario nella località detta "Trompone":
«Principio di questa divota fabrica fu il miracolo fatto nella persona di Domenica di Millianotto di Cigliano; egli era gobba balbuziente che cascava di male caduco, e ritrovandosi in questo loco, dove non vi era segno di habitatione né dimora li aparve la gloriosa Vergine in splendore, et fu liberata da dette tre infirmitati l’anno 1562 a dì 26 di giugno...»
(Atti della Visita Apostolica di San Carlo Borromeo al Santuario del Trompone, presso l'archivio della Curia Arcivescovile di Milano) (notizie tratte da Wikipedia)
IL VEGGENTE Bruno Cornacchiola nacque a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, composta dei genitori e di cinque figli, era molto misera, materialmente e spiritualmente. Il padre, spesso ubriaco, poco si interessava ai figli e sperperava il denaro in osteria; la madre, dovendo pensare a sostenere la famiglia, era assillata dal lavoro e si curava poco dei figli.
A quattordici anni Bruno se ne andò di casa e visse - fino al tempo del servizio militare - come vagabondo, abbandonato a se stesso, sui marciapiedi e nelle più squallide aree della emarginazione di Roma.
Nel 1936, dopo il servizio militare, Bruno si sposò con Iolanda Lo Gatto. La prima figlia fu Isola, il secondo Carlo, il terzo Gianfranco; dopo la conversione ebbe un altro figlio.
Partecipò giovanissimo, come volontario, alla guerra di Spagna, militando dalla parte dei marxisti. Lì aveva conosciuto un protestante tedesco che gli aveva inculcato un odio feroce per il Papa e il cattolicesimo. Così, nel 1938, mentre si trovava a Toledo, comprò un pugnale e sulla lama incise: «A morte il Papa!». Nel 1939, terminata la guerra, Bruno ritornò a Roma e ottenne un lavoro di controllore nell'azienda tranviaria. Aderì al partito d'azione e ai battisti, e più tardi entrò a far parte degli "avventisti del settimo giorno". Tra gli avventisti, Bruno venne fatto direttore della gioventù missionaria avventista di Roma e del Lazio e si distinse per il suo impegno e fervore contro la Chiesa, la Vergine, il Papa.
Nonostante tutti i tentativi fatti da sua moglie per convertirlo (per accontentarla accettò di fare i nove venerdì del Sacro Cuore), per molti anni fece di tutto per allontanare Iolanda dal cattolicesimo, arrivando al punto di incendiare tutte le immagini dei santi e perfino il crocifisso della sua sposa. Infine Iolanda, per amore del marito, fu costretta a ritirarsi dalla Chiesa.
Il 12 aprile 1947 fu protagonista delle apparizioni delle Tre Fontane. Da allora il veggente trascorse tutta la sua vita a difendere l'Eucarestia, l'Immacolata e il Papa. Più tardi fondò un'opera catechistica, la SACRI (Schiere Arditi di Cristo Re Immortale). Tenne innumerevoli conferenze dal Canada sino all'Australia, narrando la storia della sua conversione. Questo suo impegno gli diede modo di incontrare diversi papi: Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Bruno Cornacchiola è morto il 22 giugno 2001, Festa del Sacro Cuore di Gesù.
IL LUOGO DELLE APPARIZIONI
La famiglia di Bruno Cornacchiola
Secondo un'antica tradizione che rimanda ai primi secoli del cristianesimo, confermata da documenti storici di grande valore, il martirio dell'apostolo Paolo, avvenuto nel 67 dopo Cristo per ordine dell'imperatore Nerone, sarebbe stato consumato nel luogo allora denominato Aquae Salviae, precisamente dove oggi sorge l'abbazia delle Tre Fontane.
La decapitazione dell'Apostolo, sempre secondo la tradizione, avvenne sotto un pino, presso un cippo marmoreo, che ora si può vedere in un angolo della chiesa stessa. Si dice che la testa dell'Apostolo, mozzata con un deciso colpo di spada, sia rimbalzata per terra tre volte e che a ogni balzo sarebbe scaturita una sorgente di acqua.
Possiamo supporre che la Madonna abbia scelto quella località proprio in riferimento a san Paolo, non solo per la sua conversione ma anche per il suo amore alla Chiesa e alla sua opera di evangelizzazione. Ciò che accadde all'Apostolo sulla via per Damasco ha parecchi punti di contatto con ciò che si verificò in questa apparizione della Vergine a Bruno Cornacchiola. Gesù disse a Saulo: «Io sono colui che tu perseguiti!». Alle Tre Fontane la Madonna dirà al veggente, rivestendolo della sua luce affettuosa: «Tu mi perseguiti, ora basta!». E lo invitò a entrare nella vera Chiesa che la celeste Regina definisce «ovile santo, corte celeste in terra».
LE APPARIZIONI E I MESSAGGI È sabato in Albis quel 12 aprile 1947. Verso le 14, papà Bruno parte con i suoi tre bambini: Isola, di undici anni, Carlo di sette e Gianfranco di quattro. Li conduce alla periferia di Roma, sulla Laurentina, non lontano dal convento dei trappisti delle Tre Fontane. Mentre i tre bambini giocano, Bruno prepara un testo col quale intende dimostrare che Maria non è Vergine, che l'Immacolata Concezione è una fantasia al pari dell'Assunzione in Cielo. Mentre Cornacchiola consulta la Bibbia per trovare i passi adatti a sostenere le sue affermazioni, i bambini lo interrompono dicendogli di aver perso la palla.
Articolo di Antonio Socci (clicca sull'immagine)
Lasciamo ora alle parole di Bruno la descrizione particolareggiata dei fatti: "Raccomando a Gianfranco, il più piccolo, di non muoversi e gli do per passatempo un giornaletto. Poi con gli altri mi metto a frugare ogni cespuglio. Per assicurarmi che il più piccino non si allontani rischiando di cadere in qualche buca, lo chiamo di quando in quando. Ma, a un certo punto, non mi risponde più. Allora mi precipito a vedere. E scopro il bambino a sinistra dell'ingresso di una grotta, in ginocchio e con le mani giunte. Parlava con qualcuno che non vedevo, ma che pareva stare davanti a lui: «Bella signora, bella signora!». Chiamo mia figlia Isola, che aveva un mazzetto di fiori in mano, e Carlo. Ci avviciniamo tutti e tre a Gianfranco. «Vedete qualcosa?», faccio io. «Niente», rispondono i ragazzi. Ma ecco che Isola piega le ginocchia, congiunge le mani ed esclama, rivolta verso un punto della grotta: «Bella signora!». Penso a uno scherzo dei ragazzi, penso anche che la grotta sia stregata. Dico allora a Carlo che mi sta vicino: «E tu non ti inginocchi?». «Ma va'!», mi fa lui. Però non finisce la frase e cade a terra in ginocchio con le mani in preghiera, guarda là dove sono rivolti gli sguardi dei fratelli. Mi impaurisco, cerco di scuotere gli inginocchiati, ma sembrano di pietra. Li guardo meglio: sono diventati bianchissimi, quasi trasparenti. Le loro pupille sono dilatate. «Signore, salvaci tu!», mi viene spontaneo di mormorare.
Famiglia di Bruno Cornacchiola (tratta dal Web)
Ho appena finito l'invocazione che mi sembra di sentire due mani che da dietro mi spingono e quindi mi tolgono un velario dagli occhi. In quell'istante la grotta scompare dinanzi a me, mi sento leggero leggero, quasi sciolto dalla carne e avvolto da una luce eterna, in mezzo alla quale vedo la figura di una donna paradisiaca, che descrivere non mi è possibile. Posso dire solo che il viso, di tipo orientale e di colorito olivastro, era bello, di una bellezza dignitosa. La donna aveva i capelli neri riuniti sul capo, visibili quanto poteva permetterlo il manto che dalla testa le scendeva fino ai piedi. Il manto era del colore dell'erba dei prati a primavera. La veste invece era candida, stretta in vita da una fascia rosea le cui bande giungevano fino alle ginocchia. I piedi nudi poggiavano sopra un blocco di tufo. Sarà stata alta circa un metro e 65 centimetri. La «bella signora» aveva un libricino grigio nella mano destra [...].
Poi la «bella signora» parlò con voce dolcissima e disse: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti, ora basta! Rientra nell'Ovile Santo, Corte Celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa, prima di entrare nella via della menzogna, ti hanno salvato!»".
Bruno è pervaso da un'intensissima felicità, mentre la grotta - abitualmente molto maleodorante - si riempie di un dolcissimo profumo.
Bruno Cornacchiola
Poi la Madonna muove il braccio sinistro e punta l'indice verso il basso, indicando qualcosa ai suoi piedi. Bruno segue con l'occhio il gesto e vede per terra un drappo nero, una veste talare da prete e sopra di essa una croce spezzata in più punti. «Questo è il segno che la Chiesa soffrirà, sarà perseguitata, spezzata; questo è il segno che i miei figli si spoglieranno... Tu, sii forte nella fede!...». La celeste visione non nasconde al veggente che lo attendono giorni di persecuzione e di prove dolorose, ma che Lei lo avrebbe difeso con la sua materna protezione. Poi Bruno viene invitato a pregare molto e a far pregare: «Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l'unità dei cristiani...». E gli rivela il valore delle Ave Maria ripetute nel Rosario: «Le Ave Maria del Rosario che voi dite con fede e con amore sono tante frecce d'oro che raggiungono il Cuore di Gesù...».
Gli fa una bellissima promessa: «Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli...», «Io convertirò i più ostinati con prodigi che opererò con questa terra di peccato...». La Madonna inoltre rivela a Bruno: «Il mio corpo non marcì, né poteva marcire. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso...». Con queste parole Maria si presentava anche come Assunta in Cielo in anima e corpo. Mentre a Lourdes (1858) l'apparizione della Madonna confermò il dogma dell'Immacolata Concezione promulgato l'8 dicembre 1854 da Pio IX, alla Grotta delle Tre Fontane, nel 1947, la Madonna anticipa il Dogma dell'Assunzione in Cielo di Maria promulgato da Pio XII il 1° novembre 1950. La Madonna, alla Grotta delle Tre Fontane, raccomandò con chiarezza e precisione di vivere la Divina Dottrina, di vivere il cristianesimo, cioè di vivere la religione.
Ma occorreva dare al veggente la certezza che quella esperienza che stava vivendo, e che tanto avrebbe inciso nella sua vita, non era una allucinazione o un inganno di Satana. Per questo gli dice: «Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale, come molti ti vorranno far credere. E questo è il segno: dovrai andare per le chiese e per le vie. Per le chiese, al primo sacerdote che incontrerai e per le strade, a ogni sacerdote che incontrerai, tu dirai: "Padre, devo parlarle!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi", pregalo di fermarsi, perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e ubbidiscilo; ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: "Quello fa per il caso tuo"».
Continuando, la Madonna lo esorta a essere «prudente, ché la scienza rinnegherà Dio», quindi gli detta un messaggio segreto da consegnare personalmente alla «Santità del Padre, supremo pastore della cristianità», accompagnato però da un altro sacerdote che gli dirà: «Bruno, io mi sento legato a te». «Poi la Madonna», riferisce il veggente, «mi parla di ciò che sta avvenendo nel mondo, di quello che succederà nell'avvenire, come va la Chiesa, come va la fede e che gli uomini non crederanno più... Tante cose che si stanno avverando adesso... Ma molte cose si dovranno avverare...». E la celeste Signora lo conforta: «Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere». Al termine dell'incontro, la Madonna fa un inchino e dice a Bruno: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Ecco, prima di andare via io ti dico queste parole: la Rivelazione è la Parola di Dio, questa Rivelazione parla di me. Ecco perché ho dato questo titolo: Vergine della Rivelazione». Poi fa alcuni passi, si gira ed entra dentro la parete della grotta. Termina allora quella grande luce e si vede la Vergine che si allontana lentamente. La direzione presa, Nei giorni successivi Cornacchiola va alla ricerca di un sacerdote e ne interpella parecchi; nessuno però gli risponde con le parole indicate dalla Vergine. Finalmente, su consiglio di sua moglie, decide di rivolgersi al parroco; siccome però questi lo conosce come un acerrimo nemico della Chiesa, non osa andare subito da lui, ma interpella prima un altro prete che officia nella stessa chiesa: questi gli risponde esattamente con le parole che Bruno attendeva e lo indirizza al parroco stesso come alla persona più adatta. Bruno e sua moglie si confessano e si comunicano e rientrano a far parte della comunità parrocchiale, dalla quale da tempo erano usciti. andando via, è verso la basilica di San Pietro.
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Ripresosi dall'avvenimento mistico, il padre con i suoi tre figli prendono in silenzio la via del ritorno. Prima di rientrare a casa fanno una sosta nella chiesa di Tre Fontane dove Bruno impara da Isola, sua figlia, l’Ave Maria che non ricordava più. Quando inizia a recitare la preghiera si sente muovere da una commozione e da un pentimento profondo; piange e prega per molto tempo. All'uscita dalla chiesa, compra del cioccolato per i suoi figli e dice loro calorosamente di non raccontare a nessuno quella storia. I ragazzi però, giunti a casa, non possono trattenersi dal narrare alla madre la vicenda. La moglie di Bruno riconosce subito il cambiamento del marito e sente il meraviglioso odore che emanava dal marito e dai bambini. Iolanda perdona Bruno per tutto quello che le aveva fatto subire negli anni precedenti.
Seguono altre apparizioni. Il 6 maggio, Cornacchiola torna alla grotta per ringraziare la Madonna di quanto gli è stato concesso, e di nuovo la Madre di Dio gli appare, sorridente e materna: non parla, ma gli fa capire quanto sia grande la sua gioia per la sua conversione.
Uno dei sacerdoti della chiesa di Ognissanti, don Mario Sfoggia, manifesta a Bruno il desiderio di visitare anche lui la grotta. Il 23 maggio si recano assieme alla grotta; i due si inginocchiano vicino al sasso dove la Madonna aveva appoggiato i piedi e cominciano la recita del Rosario. Bruno risponde regolarmente alle preghiere, ma poi improvvisamente smette di parlare. Allora don Mario vuole vedere meglio cosa accade ma mentre sta per farlo, viene investito come da una scarica elettrica che lo blocca, rendendolo incapace di ogni minimo movimento. Sente Bruno che mormora: «Quant'è bella!... Quant'è bella!... Ma è grigio, non è nero...». «Don Mario, è rivenuta!» gli dice Bruno. Gli racconta che durante la visione la Madonna aveva posto le sue mani sul capo a tutti e due e poi se n'era andata, lasciando un profumo intenso. Il sacerdote abbraccia Bruno e gli dice: «Bruno, mi sento legato a te!». A queste parole il veggente ha come un sussulto e pieno di gioia riabbraccia don Mario. Quelle parole pronunciate dal sacerdote erano il segno che la Madonna gli aveva dato per indicargli che sarebbe stato colui che lo avrebbe accompagnato dal Papa per consegnargli il messaggio.
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Bruno era solito andare alla Grotta e vi s'intratteneva in preghiera. Sapeva che quello era stato luogo di peccato, ma si augurava che dopo l'apparizione non lo sarebbe stato più. Invece, da certi segni trovati dentro la Grotta, apprese che quello era ancora luogo di peccato. Amareggiato, scrisse sopra un foglio un accorato appello; fu la stessa Madonna a dettarglielo: «Non profanate questa grotta col peccato impuro! Chi fu creatura infelice nel mondo del peccato, rovesci le sue pene ai piedi della Vergine della Rivelazione, confessi i suoi peccati e beva a questa fonte di misericordia. È Maria la dolce Madre di tutti i peccatori. Ecco, che cosa ha fatto per me peccatore: militante nelle file di Satana, nella setta protestante avventista, ero nemico della Chiesa e della Vergine. Qui il 12 aprile 1947 con i miei bambini, è apparsa la Vergine della Rivelazione, dicendomi di rientrare nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana, con i segni e le rivelazioni che lei stessa mi ha manifestato. L'infinita misericordia di Dio ha vinto questo nemico, che ora ai suoi piedi implora perdono e pietà. Amate Maria! È la dolce Madre nostra. Amate la Chiesa con i suoi figli! Ella è il manto, che ci copre nell'inferno che si scatena nel mondo. Pregate molto ed allontanate i vizi della carne! Pregate!».
Immagine donata dall'amico Mario Lonetti che vive a Milano. Grazie a persone sensibili ed attente come lui abbiamo avuto il piacere di scoprire questo particolarissimo affresco ricco di significati e di arte.
Oggi vi racconterò di un affresco, molto particolare, che si trova in una chiesa di Milano e precisamente nella Cappella Portinari, raggiungibile attraverso il Museo di Sant’Eustorgio. Trattasi di un’opera di Vincenzo Foppa (Bagnolo Mella – BS- 1427 / 1515)
La cappella Portinari si trova all'interno della basilica di San Eustorgio a Milano e fu avviata nel 1462 e già conclusa nel 1468. Si tratta di uno degli esempi più completi e meglio conservati di Rinascimento lombardo dell'epoca di Francesco Sforza. Conserva anche l'arca di san Pietro martire. La struttura si ispira alla brunelleschiana Sagrestia Vecchia di San Lorenzo a Firenze, con un vano quadrato dotato di scarsella e coperto da cupola a sedici spicchi costolonati. Alcuni particolari nella decorazione si ispirano pure al modello fiorentino, come il fregio dei cherubini o i tondi nei pennacchi della cupola, ma altri, preponderanti, se ne allontanano rifacendosi piuttosto alla tradizione lombarda. È il caso del tiburio che protegge la cupola, della decorazione in cotto, della presenza di bifore a sesto acuto o dell'esuberanza decorativa generale. Vincenzo Foppa fu il responsabile dell'ideazione e della regia della decorazione pittorica, che ebbe luogo tra il 1464 e il 1468. Si tratta della prima importante commissione pubblica del pittore bresciano, considerato il padre del rinascimento lombardo in pittura.
L'interno della cupola è interamente affrescato a fasce policrome, a tinte digradanti dalla base verso la sommità, mentre la raggera dei costoloni è evidenziata da tinte più scure. Dei sedici oculi alla base, otto sono aperti alla luce solare, alternati ad altri otto che contengono Busti di santi, privi di attributi specifici. Al di sotto di questi il tamburo è percorso da una teoria di angeli policromi a rilievo, inseriti in un finto colonnato ad archetti. Nei pennacchi alla base, quattro tondi ospitano i Dottori della Chiesa, dipinti con un virtuosistico scorcio prospettico. Il tutto è stato interpretato come una rappresentazione allegorica del Paradiso. La decorazione ad affresco sottostante comprende quattro Storie di San Pietro Martire nelle pareti laterali:
Miracolo della nuvola, rappresenta l'apparizione miracolosa di una nuvola a dar ombra ai fedeli in una giornata torrida, durante una predica del santo.
Miracolo della falsa Madonna, ove san Pietro espone l'ostia consacrata e smaschera il diavolo che era apparso sotto le spoglie della Madonna, anche se il Foppa probabilmente voleva testimoniare il malvolere che avevano i fedeli rispetto a questa immagine.
Miracolo di Narni o del piede risanato, in cui un giovane, che aveva colpito con un calcio la madre e pentitosene se lo era amputato, viene guarito dal santo che gli riattacca l'arto.
Martirio di san Pietro da Verona rappresenta l'assassinio dell'inquisitore Pietro, avvenuto nei boschi del comasco ad opera di uno degli eretici condannati dal santo. Questi è rappresentato mentre, colpito a morte, scrive sulla terra con il sangue "Credo".
Annunciazione entro una complessa architettura con cori angelici nella parte superiore dell'arco trionfale, sopra la scarsella
Assunzione della Vergine nell'arco della controfacciata (notizie tratte da Wikipedia)
La cappella Portinari dove si trova l’opera che andremo a conoscere fu iniziata nel 1462 per volere di Francesco Duca degli Sforza. Il lavoro fu finanziato da Pigello Portinari, ecco perché la Cappella porta il suo nome.
A parte la curiosità artistico-demoniaca, la cappella Portinari è un capolavoro da scoprire o riscoprire. Il fiorentino Pigello Portinari (1421-1468) giunse a Milano nel 1452 per dirigere la filiale lombarda del Banco Mediceo e nel 1462 avviò la costruzione del tempietto destinato a conservare la reliquia della testa di san Pietro Martire e a divenire luogo di sepoltura della sua famiglia (la tomba fu inaugurata proprio da lui nell’anno della fine dei lavori, il 1468). La testa è conservata in un’urna che viene esposta una volta all’anno, il 29 aprile, festa del santo. In questo giorno, secondo la tradizione, se si soffre di emicrania conviene appoggiare la testa sull’arca contenente la reliquia, oppure strofinare l’urna con un fazzoletto che poi si avvolge intorno al capo. Nel 1958 l’urna è stata aperta e il cranio sottoposto a un esame medico, che ha rilevato una ferita compatibile con il colpo di roncola che uccise Pietro nei giorni di Pasqua del 1252 nella zona di Seveso (di Anna Preianò).
L’affresco che andiamo a conoscere si trova nell’arcata centrale della Cappella Portinari, uno dei più famosi del Rinascimento della città di Milano. L’opera ha tre nomi: quello più accademico ossia: “S. Pietro Martire debella con l’Ostia il demonio”; l’affresco della “Falsa Madonna”, oppure della “Madonna con le Corna”.
L’opera se la si osserva superficialmente e senza le opportune e fondamentali informazioni potrebbe apparire blasfema, in realtà non lo è affatto. Vincenzo Foppa nella pala ha affrescato una Madonna con il bambino in braccio, ma come si vede sulla testa di entrambi spiccano le corna. Sicuramente escludiamo che sia una rappresentazione dei raggi divini come nel Mosè di Michelangelo. Qui invece, senza mezzi termini, trattasi di corna che il pittore ha volutamente dipingere. Sono corna demoniache. Vincenzo Foppa non era certamente un blasfema o ancor peggio un satanista. Lui ha inserito quella immagine nel contesto di una scena di affresco più ampia e che racconta un particolare momento della vita di S. Pietro Martire, al secolo Pietro Rosini.
Pietro da Verona o Pietro Martire (Pietro Rosini) era nato a Verona da una famiglia di eresia catara. Entrato a far parte dell’ordine domenicano, si dedicò con vigore a combattere le eresie, soprattutto quella abbracciata dalla propria famiglia. Papa Innocenzo IV nel 1251 lo nominò inquisitore per le città di Milano e di Como. Nel 1252 Pietro venne aggredito e assassinato con una roncola da alcuni sicari nella foresta di Seveso, precisamente a Barlassina (nel luogo del martirio ora è presente un piccolo altare), mentre percorreva a piedi la strada da Como a Milano. Le agiografie riportano che prima di morire intinse un dito nel proprio sangue e con esso scrisse per terra la parola “Credo”, cadendo poi morto. Uno degli attentatori, Carino Pietro da Balsamo, si pentì del gesto e morì poi in fama di santità presso il convento dei domenicani di Forlì: dal 1822 è riconosciuto come beato dalla Chiesa cattolica (di Anna Preianò).
Si racconta infatti che tra le varie avventure legata alla vita del Santo, durante una messa da lui, officiata quando era ancora un “semplice sacerdote”, il diavolo per tentarlo prese le fattezze di Maria con il bambino tra le braccia, ma nel compiere la trasformazione dimenticò di far sparire le corna. Pietro riconoscendo in quel segno un trucco del demonio lo cacciò alzando l’ostia consacrata.
Esiste tuttavia una seconda interpretazione dell’affresco e riguarda Guglielmina la Boema, interessante figura storia di cui sicuramente ci occuperemo. La donna visse sempre in odore di santità, ma a causa delle sue idee venne seppur inizialmente sepolta come quasi santa nell’abbazia di Chiaravalle, dichiarata eretica dopo la morte, recuperati i suoi resti e bruciati assieme a tutto ciò che le poteva appartenere. Le corna, pertanto, affrescate da Vincenzo Foppa rappresenterebbero la presenza dello spirito di Guglielmina la Boema nell’affresco raffigurante Maria con il bambino.
Vincenzo Foppa, con quest’opera, volle documentare altresì l’avversione che all’epoca esisteva in quel luogo per il culto della Vergine.
Dipinto di Antonio Vivarini
A livello artistico possiamo notare come la soluzione prospettica scelta da Vincenzo Foppa fosse alquanto ardita a partire dal punto di fuga e da un innovativo sottoinsù, ossia una scelta dell’autore di rappresentare le figure in prospettiva verticale sostituendola a quella orizzontale più comunemente usata. E’ questo suo modo di rapportarsi alla realtà che lo differenzia dai pittori del tempo quali Mantegna e Bellini.
Quella di cui abbiamo parlato non è la sola rappresentazione di questo dettaglio della vita del santo. Di grande valore non solo artistico è il lavoro di Antonio Vivarini detto anche Antonio da Murano (Murano, 1418 circa – Venezia, tra il 1476 e il 1484).
Nel suo dipinto Maria con il bambino non ha soltanto le corna ma anche due grandi ali nere di pipistrello. L’opera, che qui osserviamo è stata tratta da internet ed è in mano a qualche collezionista privato.
Di grande valore non solo artistico è il lavoro di Antonio Vivarini detto anche Antonio da Murano (Murano, 1418 circa – Venezia, tra il 1476 e il 1484). Nel suo dipinto Maria con il bambino non ha soltanto le corna ma anche due grandi e nere ali di pipistrello. Purtroppo l’opera è in mano a qualche collezionista privato.
Da anni ormai, la cittadinanza di Diso il 10 settembre rende onore alla Madonna conosciuta con l'appellativo di Madonna dell'Uragano. Come per ogni festa Salentina che si rispetti la venerazione verso la Madre di Cristo si riconferma ogni anno con un nutrito programma religioso e civile insieme; il solenne noverario culmina così con la processione e la Messa Solenne, mentre le strade principali del paese vengono addobbate con le tradizionali luminarie, alle luci delle quali, si alternano la sera della festa, i più prestigiosi concerti bandistici Pugliesi.
Il significato profondo di questa Festa è legato al terribile ciclone che si abbatté sull'estremo lembo del Salento il 10 Settembre 1832, colpendo drammaticamente Diso e Otranto ed altre località situate sull'asse delle due cittadine. Il 10 Settembre 1832 Diso fu invaso da un turbine devastatore di potenza straordinaria; turbine tenebroso e fiammeggiante, il quale, dopo aver desolate le campagne poste a libeccio di Diso, atterrando muri e case rustiche e divellendo o spazzando oliveti annosi, entrò nell'abitato e lo ridusse ad un cumulo di rottami.
Neppure il solido frontespizio della Chiesa Parrocchiale resistette alla violenza del turbine e ne rimase diroccato. Se non che al momento dell’invasione una preghiera eruppe da tutti i cuori e un grido unanime implorante l’aiuto di M. SS. Immacolata risuonò sulle labbra di tutti. Tra le rovine e i rottami non si trovarono che due soli morti, mentre invece fu grande il numero di coloro che vennero dissepolti sani ed illesi, e tra questi non poche madri prossime a sgravarsi che videro salve se medesime e la prole nascitura.
Lo stesso ciclone che desolò Diso arrivò sino ad Otranto e ne invase il sobborgo facendovi 24 cadaveri; e fortuna che gli Otrantini che mediante l’intercessione dei loro Martiri, il turbine deviò e la città fu salva. (Stasi Arc.)
Fino a qualche decennio fa la Festa della Madonna dell’Uragano del 10 Settembre era praticamente “gestita” dalla locale Confraternita dell’Immacolata e rientrava nelle numerose festività mariane programmate dai Confratelli e non aveva scansione annuale in quanto la festa non tutti gli anni veniva celebrata, ed il passaggio dalla iniziale episodicità ad una fissità annuale del 10 Settembre, viene proprio dal tragico evento del ciclone del 1832, che determinò per sempre i solenni festeggiamenti in onore della Vergine Immacolata che da allora prese il titolo di Madonna dell’Uragano. (Notizie tratte dal sito web http://www.disonline.it/Italiano/FestaMadonna.html)