domenica 20 maggio 2018

Viatosto (AT) - Madonna lignea col Bambino



La Madonna di Viatosto

Madonna lignea
Statua lignea dei primi del Trecento, restaurata nel 1994, è una delle espressioni artistiche locali più alte di quell'epoca. La morbidezza dell'intaglio e la finezza decorativa, si concentra nel fondo della veste dorata e nel manto blu con rosoni e motivi di derivazione orientale. Particolari sono gli sguardi: frontale quello della Vergine, inclinato verso il basso quello del Bambino. La Madonna, priva della corona ma con in mano lo scettro (mutilato nei secoli), assume una postura molto materna inarcando la schiena per sorreggere il Bambino Gesù che gioca con un uccellino.

La chiesa
Posta su di una collinetta, domina la campagna circostante, ad una distanza dalle antiche mura di Asti non superiore a cinque chilometri. La chiesa si presenta “orientata” sull'asse del sole, cioè con l'abside a est e l'ingresso a ovest. Le mura esterne, in cotto a vista, sono decorate con disegni geometrici in mattoni scuri, elemento caratteristico dei fornaciai astigiani. Una scalinata dà accesso al portale gotico che si innesta su di una facciata con aspetto romanico. Sopra l'ogiva del portale vi è un rialzo rettilineo che incornicia il portale stesso, terminante con arcatelle analoghe a quelle sotto le falde delle navate laterali. Nella lunetta, ripristinata nel 1932, vi è dipinta una Madonna con Bambino con i simboli della ruralità: grano ed uva. Lungo la fiancata laterale destra sono visibili due finestre di eguale modulo ed una terza ricavata tra sovrapposte arcate di preesistenti aperture romaniche. Una porta dà accesso alla navata laterale destra. In corrispondenza della terza e quarta arcata, una fila di archetti fa da coronamento alla navata centrale, rialzata rispetto alle laterali. Sulla prosecuzione della navata si innalza il campanile in forme romaniche, solenne segno visivo della presenza dell'edificio sacro, databile al 1266, quando il vescovo Corrado di Cocconato percepì dal Papa Clemente IV un contributo per costruirlo; il piano terreno è voltato in forme gotiche con costoloni cordonati e chiave di volta e venne utilizzato come sacrestia.
Lungo la fiancata laterale sinistra, in corrispondenza della terza arcata della navata, vi è una finestra strombata con caratteri tipologici romanici, espressi dall'arco ricavato in un unico blocco tufaceo. Una fila di archetti fa da coronamento alla navata centrale, rialzata rispetto alle laterali.

Chiesa di Santa Maria di Viatosto (foto tratta dal Web)

L'interno
Foto tratta dal Web si ringrazia l'autore
Le quattro volte a crociera della navata sono chiuse da chiavi con stemmi delle committenze gentilizie della Asti trecentesca e quattrocentesca. Tali volte nascono da capitelli scolpiti con figure allegoriche ed armi gentilizie, alcune delle quali non più visibili. Riconosciamo comunque la presenza di alcune potenti e nobili famiglie che contribuirono ad abbellire la chiesa: gli Scarampi, gli Asinari, gli Scotti, i Roero, i Ricci e i Malabaila.

Sulla controfacciata, sovrastante il portale di ingresso, vi è una cantoria in legno con organo a canne del 1757, restaurato e funzionante, realizzato dall'organaro Liborio Grisanti, napoletano ma residente ad Asti. A fianco della bussola d'entrata vi è una acquasantiera di epoca medievale, ornata con la croce ed altri abbellimenti; una seconda acquasantiera ricavata da un capitello marmoreo con la decorazione a foglie stilizzate, propria dei dettami cistercensi è posta nella prima colonna di destra. La navata centrale conserva affreschi e decorazioni riconducibili ai sec. XIV-XV. Sul lato destro, secondo pilastro, è affrescata una Madonna con Bambino, ai cui piedi è inginocchiato l'offerente, senza proporzione di scala; sul terzo pilastro è affrescato San Giovanni Battista; sulla lunetta della quarta arcata di destra è visibile l'Annunciazione. Sul lato sinistro, secondo pilastro, è affrescata una Madonna con Bambino; il terzo pilastro reca tracce di un affresco rappresentante un santo che regge un libro, forse un Evangelista. Sulla lunetta della terza arcata è affrescata Santa Caterina di Alessandria che presenta alla Vergine Maria in trono i suoi devoti; sulla lunetta della quarta arcata è affrescato San Giorgio che uccide il drago. Le chiavi di volta delle due prime arcate rappresentano uno stemma con tre ricci fogliati, della famiglia dei Ricci. Quella della terza arcata lo stemma con tre ruote dei Roero, la quarta porta le insegne della famiglia Scotti.

Abside e presbiterio
L'abside, con volta ad ombrello con costoloni, affreschi in centro volta con motivo a ventaglio, è delimitato da un solenne arco decorato con motivi a foglie lanceolate, dell'inizio del secolo XIV. La chiave di volta dell'abside rappresenta l'Agnello Mistico. I costoloni dividono l'abside in cinque lati, ognuno dei quali presenta una finestra gotica con strombatura gradinata, intercalata da mattoni a spigolo e da cordoni cilindrici in cotto, alternati ad altrettanti in tufo.

Foto tratta dal Web si ringrazia l'autore
Nella nicchia ricavata dal tamponamento della finestra centrale si trova la Madonna di Viatosto, statua lignea dei primi del Trecento. Nel primo spicchio di destra, vi è un affresco noto come la “leggenda di Viatosto”, da riferirsi alla peste del 1340: l'ex voto raffigura tre nobili giovinetti inginocchiati davanti alla Madonna col Bambino, quest'ultima in parte rovinata: intercede per loro Sant'Antonio Abate. Sopra di esso, nella lunetta, Santa Maria Maddalena, con il vaso degli unguenti tra le mani, incontra nel giardino il Cristo Risorto. Nella parte bassa dell'abside è posto il coro ligneo policromo settecentesco della Confraternita.
Sul piedritto nord dell'arco trionfale, è affrescata una Madonna che allatta e perciò detta “del latte”; sul lato opposto è conservato quel che rimane di un affresco forse di San Michele Arcangelo.

Le navate laterali
Parimenti a quella centrale, le navate laterali sono scandite in quattro campi. Purtroppo gli affreschi sono andati perduti tranne qualche decorazione a panneggio sulla parete sud e qualche lacerto sulle volte.
Nella navata laterale di sinistra, nella prima arcata, troviamo la statua in gesso di Maria Ausiliatrice (XIX sec.). Sulle chiavi di volta della prima e seconda arcata è scolpito lo stemma dentellato della famiglia dei Guasco, signori di Colcavagno; su quelle della terza e quarta arcata, rispettivamente la stella a cinque punte dell'Ordine Domenicano e l'Agnello Mistico. In testa alla navata laterale di sinistra, al di sopra del tabernacolo, in una cornice di epoca barocca è posta la tavola lignea trecentesca della “Madonna delle ciliegie”; lì accanto, un candelabro in legno scolpito e laccato, sec. XVII, per il cero pasquale. (Notizie tratte da Wikipedia)



sabato 19 maggio 2018

Custonaci (TP) - Maria Santissima di Custonaci



Le origini pagane della festa

In Sicilia non esiste paese che non festeggi «con mercati, canti, processioni, pellegrinaggi, musiche, fuochi, luminarie (…) e con gli inevitabili tamburi» (1) il proprio santo patrono. Ragion per cui anche la cittadina di Custonaci non poteva in alcun modo rimanere esclusa da questa diffusissima e consolidata tradizione Isolana. Visto e considerato peraltro che da diversi secoli si professa nel suo territorio il culto verso la Vergine Maria, che risulta a sua volta intimamente legato, come si vedrà meglio in seguito, al più antico culto per Venere ericina
Del resto «il bisogno di protezione e di tutela per superare le difficoltà e i pericoli dell'esistenza, è stato sempre vivo negli uomini fin dai tempi più remoti. Già prima dell'avvento del cristianesimo, le divinità pagane erano oggetto di culto, un culto che si esprimeva attraverso una serie di manifestazioni rituali di carattere commemorativo e festivo, che più tardi appariranno anche nella cultura cristiana» (2). Per secoli e secoli infatti in quello stesso Agro ericino dove oggi prende territorialmente vita Custonaci si svolsero i festeggiamenti (Anagòghie e Katagòghie) in onore di Venere ericina, con i quali si celebrava «la partenza della dea insieme colle sue colombe per la Libia e quindi il suo ritorno dopo nove giorni. (…) Ma giungeva intanto la nuova religione in Sicilia e la dea era cacciata dall'antica sede. Ai piè del monte Erice sorgeva [infatti] il tempio della Vergine Maria e i ministri del nuovo culto creavano la tradizione che il vecchio tempio ericino era miracolosamente crollato la notte stessa della nascita di Gesù» (3). 



In realtà, nonostante ad Erice la devozione verso Maria di Nazareth risalga, secondo il Castronovo, al IV secolo dell'era cristiana «prima sotto il titolo di Nostra Signora della Neve, poscia in quel della Stella, indi in quello dell'Assunta e finalmente nel XVI sec. in quello di Custonaci» (4), per la chiesa ericina il tentativo di diffondere il suo culto si rivelò assai più difficoltoso del previsto. I chierici del "monte" ebbero infatti modo di rendersi conto abbastanza facilmente che per sbaragliare la devozione verso Venere ericina era necessario intervenire con qualche espediente anche sulle sue celebrazioni annuali (5), poiché tali festeggiamenti richiamavano ancora «da tutte le contrade vicine le popolazioni dell'Agro, che accompagnavano l'immagine della Dea per le tortuose vie cittadine fino al suo luogo di residenza» (6). 

Ecco perché i «giurati» della città si videro costretti, attraverso una petizione, a chiedere al Viceré l'autorizzazione a nominare due «maestri» che sovrintendessero l'annuale ricorrenza di ferragosto e che in pratica «foro ordinati per lo Sommo Pontefice, tando era per estirpare et radicitus distrudiri lo concorso grande delle genti, le quali veniano a vedere lo Templo della Dea Venus» (7). A seguito di tanta sollecitudine, e non poteva essere diversamente, la sostituzione dei due culti ed in particolare delle due feste fu portato a compimento, ma non senza lasciare un retaggio religioso e culturale tra gli abitanti dell'Agro ericino. Il clero fu costretto infatti a fare buon viso a cattivo gioco, mantenendo «sotto il cristianesimo riti che avevano attraversato i secoli e che evidentemente erano duri a morire» (8). 
Non è che poi si tratti di nulla di eccezionale, tant'è vero che diversi "sicilianisti" tra cui Andrea Camilleri riconoscono, senza scomporsi più di tanto, che «certe feste religiose appartengono per alcune manifestazioni più alla latata pagana dei siciliani che a quella cattolica» (9). Ecco perché non appare per nulla inverosimile l'inizio, con buona probabilità nel 1572, delle festività in onore di Maria SS. di Custonaci proprio con un pellegrinaggio da Custonaci ad Erice, quasi a perpetuare le antiche tradizioni pagane: «Venere era festeggiata [infatti] dagli ericini e dai forestieri nel suo immaginario ritorno dai lidi africani; e Maria SS.ma viene celebrata dagli ericini e da moltissimi altri nei suoi reali trasporti in Monte San Giuliano dalla sua residenza sull'erma collina di Custonaci» (10). Non può, e non deve, assolutamente stupire di conseguenza se nel corso dei secoli i «trasporti» furono spesso concomitanti con le annuali celebrazioni, anche perché «il desiderio degli ericini di poter festeggiare il sacro dipinto nella propria città portò (…) al frequente trasporto del quadro (…) in uno scenario biblico per luoghi e per fede» (11).

Il Culto per Maria Santissima di Custonaci

Attorno alla metà del sedicesimo secolo il clero ericino, sulla spinta di una sempre maggiore compartecipazione popolare, decise di cancellare per sempre l'antico culto pagano verso Venere ericina e di sostituirlo con quello cristiano per Maria SS. di Custonaci nel frattempo "approdata" presso la baia del Bukuto. Dalla versione dello storico Cordici infatti «una nave veneziana, che portava quella santa figura, tempestata dal mare e conosciutasi in pericolo grande, per voto de' marinai di averla a lasciare in quella ripa, dove la avesse abbandonata la fortuna, scampò il naufragio, ma bonacciandosi l'onda, accostatosi il legno al feudo Sanguigno, là lasciarono l'immagine raccomandandola ai paesani. Questi per tema dei Turchi corsari non avessero un giorno a pigliarsela, la condussero fra terra, dove ora è la sua chiesa» (12). Naturalmente è impossibile suffragare con prove d'autenticità la leggenda dello sbarco della taumaturgica effige. In quel frangente storico, grazie ai più "sicuri" trasporti via mare, numerose immagini sacre, quadri o statue, giungevano prodigiosamente sulle coste del "mondo cristiano". Tant'è vero che il Pitrè ci ricorda che in Sicilia abbastanza frequentemente "toccava terra" qualche «sacra immagine, [che] raccolta da cristiani, vien messa sopra un carro, lasciata a discrezione dei buoi che vi sono attaccati. I buoi si fermano in un dato luogo, né v'è modo né forza, per aizzarli che si faccia, di rimuoverli più oltre. Lì vuol rimanere la sacra immagine, e lì si costruisce una chiesa che deve accoglierla; lì verranno pellegrinando gl'infermi, i bisognosi, gli afflitti devoti. Il sito corrisponde ad un poggio, ad una collina, alla sommità di un monte, quasi tra cielo e la terra, donde la voce di chi prega giunga più direttamente ai celesti, dove non la turbi la spensieratezza de' soliti gaudenti»(13). Al di là comunque dell'aspetto leggendario il culto di Maria SS. di Custonaci, a seguito dei numerosi miracoli ottenuti per sua intercessione, si estese nel corso dei secoli in tutto il territorio dell'Agro ericino. Già dal 1630 Monte S. Giuliano (l'attuale Erice), attraverso una deliberazione municipale, elesse la Madonna di Custonaci a Patrona principale, ma fin dal 1574 aveva ottenuto dal papa Gregorio XIII il patronato sul miracoloso Quadro. 


Anche Trapani, sede della Diocesi e capoluogo della provincia, il 24 aprile 1776 a seguito di un periodo di prolungata siccità, placato dall'intervento "divino" dell'Immacolata, la eleggeva a sua Patrona. Il culto di Maria SS. di Custonaci nel frattempo crebbe considerevolmente anche negli ambienti pontifici infatti il 27 agosto del 1752 fu incoronata, con decreto e beneplacito del Papa Benedetto XIV, dal Capitolo Vaticano, mentre il 21 luglio 1784 venne approvato da Pio VI l'Ufficio e la Messa propria ed infine nel 1844 il Papa Gregorio XVI istituì l'Altare Privilegiato perpetuo quotidiano. La devozione verso la Madonna di Custonaci non si limitò naturalmente al solo Agro ericino. Si ebbe infatti, a seguito della riproduzione di diverse copie del Quadro, una notevole diffusione del culto in buona parte dell'Isola (Favignana, Castelvetrano, Sciacca ecc) ed anche all'estero (Spagna, Francia, Tunisia e nelle lontane Americhe). Ancora oggi del resto la venerazione per Maria SS. di Custonaci non sembra diminuire, ne è testimonianza la notevole partecipazione popolare con cui i devoti, in occasione degli annuali festeggiamenti del mese di agosto, manifestano il proprio legame spirituale verso la Madre del Cristo.

I Festeggiamenti di Ieri e di Oggi

Secondo diverse fonti storiche le festività in onore di Maria SS. di Custonaci presero il via nel 1572 ed a tal proposito ci ricorda Salvatore Corso che «per secoli l'unica festa a scadenza fissa rimase quella dell'8 dicembre [festa dell'Immacolata Concezione](…) giorno festivo che al Monte venne solennizzato a partire dal 1630, con l'elezione della Madonna di Custonaci a Patrona. (…) Le prime tracce di uno spostamento della festa ad agosto risalgono al 1752, allorché (…) bisognava predisporre i solenni festeggiamenti dell'incoronazione con un triduo di fatto iniziato sabato 26 agosto. Incoronazione che avvenne lunedì 28 agosto mentre l'indomani si effettuò il ritorno al Santuario»(14). Nei decenni successivi, senza apparentemente una vera ragione, divenne consuetudine che la festa si svolgesse negl'ultimi giorni del mese estivo (mercoledì 29 agosto nel 1759, giovedì 31 agosto nel 1769 e giovedì 27 agosto nel 1778), il che indusse il Vescovo Ugo Papè a concedere, il 30 giugno del 1785, la Messa e l'Ufficio proprio nell'ultimo mercoledì di agosto (ultimam feriam quartam mensis augusti cuiuslibet anni). Al di là comunque dello spostamento delle celebrazioni in favore di Maria SS. di Custonaci da un periodo all'altro dell'anno è certo che si trattava di qualcosa di unico nel suo genere, tanto da far sostenere al Pitrè che «non v'è certo persona della provincia di Trapani che ignori la leggenda (…) della Madonna [di Custonaci], in onore della quale si solennizzano ogni anno quattro giorni principiando dalla domenica che precede l'ultimo mercoledì d'Agosto. (…) La festa non è delle comuni, perché consiste in una cavalcata (…) inventata da due ecclesiastici e da due laici del Monte» (15). 

Santuario Maria Santissima di Custonaci
Le considerazioni appena espresse dal Pitrè non si limitano, per nostra fortuna, ad accennare soltanto l'esistenza dei festeggiamenti, ma proseguono in un'accurata descrizione: «in Erice sin dal 1737 si celebrava (…) una processione a cavallo, tratta da qualche pagina della Sacra Scrittura in onore della Madonna di Custonaci, di cui in quella antica città si venera un'antica immagine di bellissima fattura.



venerdì 18 maggio 2018

Ostiglia (MN) - Beata Vergine della Comuna


Immaginetta danneggiata

Il Santuario ebbe origine da un’apparizione della Madonna avvenuta verso la fine del ‘300: una pastorella sordomuta si trovava in località Casone (così si chiamava allora la Comuna) quando la Vergine le apparve guarendola e dicendole:

“Sono la Madonna. Dì a quelli di Ostiglia che costruiscano qui una chiesetta in mio onore: verrà molta gente, farò molte grazie“.

La giovane riacquistò la parola e per soddisfare il desiderio della Madonna, fu costruita una piccola cappella chiamata “del Casone”, probabilmente perché vicino si trovava un capannone di tronchi e coperto di paglia, nel quale i contadini, in estate, erano soliti depositare la legna ed il fieno e d’inverno i pastori vi passavano la notte con il gregge.
Di questa cappella non rimane che qualche residuo di muro ed uno sbiadito affresco del Quattrocento raffigurante la Madonna con il Bambino, tra le figure di Sant'Antonio Abate e di Santa Lucia, gelosamente custodito sulla parete esterna dell’attuale Santuario, a testimonianza della storia.
Prima di essere interamente ricostruito nelle forme che oggi ammiriamo, il Santuario era designato con la denominazione di “Oratorio della Beata Vergine del Cason“. 
Ben presto il concorso dei fedeli si intensificò e i prodigi si moltiplicarono, ma con il tempo e l’avversità degli eventi, la cappella andò in rovina. Si decise, pertanto, di ricostruirla.

Nel 1533 i dirigenti comunali si rivolsero alla munificenza di Federico II Gonzaga, quinto marchese e primo duca di Mantova, il quale intervenne anche in riconoscenza alla Madonna per la nascita del primogenito Francesco, figlio di Margherita Paleologa, marchesa del Monferrato.
Il suo nome appare inciso – ma forse si tratta di un’iscrizione non coeva – sullo stipite sinistro del portale d’ingresso: ANNO MDXXXIII / REGENTE / DIVO / FED. GONZ. / II MANTVAE / MARCH. V / DUCE I / S. V. MARIAE / DICATU (Anno 1533, sotto il governo di Federico Il Gonzaga, marchese di Mantova e primo duca, consacrato a S. M. Vergine).

Come riferisce il Caiola nel raccontare la storia di Ostiglia, dopo aver ottenuto l’assenso del vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, dal quale a quei tempi dipendeva Ostiglia, si diede inizio ai lavori, che furono conclusi senza difficoltà. La stessa intitolazione del santuario da allora mutò in “Madonna della Comuna“, cioè della Comunità, del Comune, poiché proprio il comune, intervenne cospicuamente nelle spese assieme a molti anonimi devoti. 

Il rifacimento della chiesa fu probabilmente affidato a Giulio Romano. La consacrazione avvenne nel 1539. Nel corso dei secoli, dolorose vicende colpirono le popolazioni della zona, ma mai vennero meno l’aiuto e la protezione della Madonna della Comuna.


Memorabile, nel settembre del 1618, la spaventosa inondazione del Po. Le acque limacciose ed impetuose travolsero gli argini del fiume e sommersero ogni cosa. Gli abitanti di Ostiglia si rivolsero fiduciosi alla Madonna della Comuna e le loro vite furono salve.

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Nel 1796 le soldatesche francesi invasero l’Italia e non risparmiarono le popolazioni del Mantovano. Le Chiese furono profanate e spogliate dei loro tesori d’arte; anche il Santuario della Comuna fu depredato dei tanti segni della devozione e della riconoscenza dei fedeli alla Madonna. Ma la fiducia in Maria della popolazione di Ostiglia non venne meno.


In seguito a numerosissime grazie ottenute, il 23 novembre del 1920 la Madonna della Comuna fu onorata con solenne rito della Corona d’oro, come segno di gratitudine.
Alle grandiose feste per l’Incoronazione intervennero il Patriarca di Venezia, il Vescovo di Adria già parroco di Ostiglia, il Vescovo di Rovigo, di Mantova ed un’enorme folla. Per l’occasione, il Santo Padre Benedetto XV concesse numerose indulgenze ed inviò la sua personale benedizione tramite il Segretario di Stato, il Cardinal Pietro Gasparri.

Gli ultimi Sacerdoti diocesani in servizio al Santuario furono gli indimenticabili Don Sergio Negri (Rettore dal 1977) e Don Olivo Valente (Confessore dal 1983).
Ad essi subentrarono i Fratelli di San Francesco nel 1993.

La triplice navata dell’interno ricorda il Duomo di Mantova. Le cinque arcate longitudinali sono sormontate da finte finestre con timpani dorici o ad arco di cerchio. Pregevole il soffitto ligneo a cassettoni decorato con un motivo di fiori ed angeli sopra ognuno dei 15 comparti in cui il soffitto si divide. Da ammirare la statua scolpita in legno di salice (l’albero dell’Apparizione) della Madonna della Comuna; di incerta datazione, una tela settecentesca raffigurante San Carlo Borromeo e la teoria degli stemmi (i Gonzaga, la città di Ostiglia, la famiglia Cavalli).

Nel santuario si conservano anche alcuni affreschi di discreto valore: l’affresco della Vergine fra S. Antonio Abate e S. Lucia, nella navata sinistra, è della fine del ‘400, un’opera strappata dalla parete interna e ora collocata nel presbiterio. Rimandano alla prima costruzione anche i resti di un affresco di modesta fattura, ancora visibile sulla lunetta dell’antica porta e raffigurante San Martino che dona il proprio mantello al povero. (Notizie tratte dal sito http://www.santuariodellacomuna.altervista.org)



giovedì 17 maggio 2018

Tirano (SO) - Nostra Signora di Tirano



Nostra Signora di Tirano 


29 settembre 1504: 

"BENE AVRAI"

Alcune incisioni rupestri, i massi coppellati e due corte spade dell’età del bronzo scoperte nei dintorni, dimostrerebbero che la zona di Tirano fu probabilmente abitata già in epoche remote.
Le prime notizie storiche documentate risalgono al secolo XI. Un documento del 1073 parla del castello del Dosso, costruito dalla famiglia Omodei; in seguito Tirano si costituisce in Comune, quindi è sottoposto alla Signoria dei Capitanei, dei Visconti e degli Sforza di Milano.

Lodovico il Moro fortifica Tirano con una nuova cerchia di mura, con tre porte e con il nuovo castello di Santa Maria. 
Proprio in quel periodo, politicamente e religiosamente tanto agitato, avviene l’apparizione prodigiosa della Madonna che, con la costruzione del Santuario, rende celebre la città e l’intera regione.

L’Apparizione

Gli storici della Valtellina riferiscono che l’Apparizione della Vergine al Beato Mario Omodei, avviene la mattina del 29 settembre 1504 in Tirano, presso il ponte della Folla, sul torrente Poschiavino, dove oggi sorge il Santuario. Sotto l’altare una lapide reca l’iscrizione:

HIC STETERVNT PEDES MARIAE 
(qui si posarono i piedi di Maria).

Don Simone Cabassi, parroco di Tirano, l’8 settembre 1601 ne descrive per primo la storia.
Il giorno di San Michele, 29 settembre 1504, un contadino “di santa vita e religiosi costumi”, di nome Mario, della nobile famiglia degli Omodei, esce di casa prima dello spuntar del sole, per andare nella vigna a raccogliere alcuni pochi frutti, quando improvvisamente, ha l’impressione che le cime dei monti siano illuminate da una nuova strana luce.

Mentre incerto si domanda da dove provenga tanto chiarore, si sente alzare da terra e trasportare in un piccolo orticello, coltivato in quella zona solitaria. Deposto a terra, gli si presenta davanti agli occhi una fanciulla, dall’apparente età di 14 anni, o poco più, con una veste candidissima, dalla quale Mario comprende provenire la strana luce che lo avvolge. La fanciulla, circondata da una moltitudine di angeli, gli rivolge la parola, chiamandolo per nome «Mario! Mario!». Il buon Mario, rincuorato, risponde «Bene?». «Bene avrai!» riprende la fanciulla.

«Vai a Tirano, e chiedi a quella gente di costruire,
in questo luogo, una chiesa per il
culto del Signore ed in onore del mio santo Nome».

A Mario, preoccupato per l’incarico ricevuto, che teme di non essere creduto dai compaesani, la fanciulla assicura che, se non crederanno, la pestilenza che al presente affligge il bestiame, si estenderà anche alla popolazione. Come segno dell’autenticità delle sue parole, gli annuncia la guarigione del fratello Benedetto che ha appena lasciato infermo.

Terminato il colloquio, la visione scompare lasciando un’intensa fragranza di soavi profumi.

Fattosi giorno, Mario, colmo di meraviglia, si precipita nella chiesa parrocchiale dedicata a San Martino, nella quale i fedeli stanno assistendo alla celebrazione della prima Messa, ed annuncia loro a gran voce quanto la Madonna gli ha comunicato.

Dopo un primo iniziale momento di incredulità e di incertezza, i fedeli corrono alla casa di Mario, dove constatano la guarigione del fratello Benedetto che ormai credevano morto, e che invece li accoglie, in piedi, senza febbre, con solo una leggera debolezza dovuta alla lunga malattia.

Il Santuario


Confermate le parole di Mario dalla dichiarazione dei medici, che bene conoscono le condizioni del malato, ora pienamente guarito, l’entusiasmo dei fedeli dà inizio alla costruzione di una piccola Cappella che in breve viene completata. Ma il concorso è tanto che subito si sente la necessità di una Chiesa più ampia e più accogliente, per cui il 25 marzo 1505, festa dell’Annunciazione di Maria, su terreno del cav. Luigi Quadrio, capitano degli Sforza, vengono gettate le fondamenta del Santuario attuale che, nel corso dei secoli, si è sviluppato ed abbellito.

L’Apparizione della Madonna ed il Santuario di Tirano hanno avuto grande importanza nelle vicende religiose della Valtellina.

Proprio negli anni dell’Apparizione della Madonna, la Valtellina sta diventando dominio dei Grigioni svizzeri.
Gli abitanti della Valtellina, rassegnati alla loro triste sorte di essere in continuazione oggetto di invasione da parte degli stranieri, ritengono i Grigioni non peggiori degli invasori precedenti. Gli Elvetici però instaurano subito un regime amministrativo quanto mai fazioso e la Valle è abbandonata all’arbitrio di governatori mercenari e ostilmente rapaci.
Quando poi iniziano le lotte di carattere religioso, il dominio dei Grigioni diventa estremamente vessatorio.

Nei primi decenni che seguono l’Apparizione, i Grigioni passano in maggioranza alla riforma protestante e tentano ogni via per introdurre in Valtellina il protestantesimo.
Gli abitanti della Valtellina resistono con impavida fermezza. Nel clima di pressione calvinista, Tirano, per la sua posizione geografica, viene a trovarsi particolarmente esposta agli attacchi dell’eresia. Si rivela allora quanto sia stato provvidenziale l’intervento della Madonna e soprattutto quanta importanza abbia avuto il Santuario che diventa ben presto centro di intenso fervore religioso e di resistenza spirituale della Valtellina.


Proprio a Tirano si manifesta più vivace l’opposizione cattolica ai soprusi religiosi dei Grigioni. In un’atmosfera di tensione e di accesa rivalità si svolgono a Tirano nel 1595 le dispute del prevosto Cabasso e dell’arciprete Rusca, ardimentosi esponenti del clero valtellinese che ha intuito il pericolo incombente sulle vallate.
La visita di San Carlo Borromeo al Santuario, avvenuta in quegli anni, ha lo scopo di rincuorare i cattolici della Valtellina, e dimostra come il grande Cardinale avesse intuito che il cedimento spirituale della Valle avrebbe dato via libera al protestantesimo in tutta l’alta Italia.
Nei primi anni del ’600, la devozione alla Vergine di Tirano si è propagata intensamente ed il Santuario ha raggiunto il suo massimo splendore.

Ma proprio in questo periodo, anche i contrasti religiosi coi Grigioni si vanno acuendo e conducono alla sanguinosa rivolta del 1620, che sfocia, la mattina del 19 luglio, nella strage dei riformati che si estende poi per tutta la Valle. È questa la pagina più drammatica e penosa della storia della Valtellina. Il nome di Tirano, ormai legato alla bella vicenda spirituale dell’Apparizione della Madonna, rimane coinvolto in questo triste episodio di sangue che va sotto il nome di «sacro macello».

Dopo questa sollevazione religiosa, i Grigioni organizzano subito una massiccia spedizione punitiva contro i ribelli valtellinesi e con un potente esercito, ai primi di settembre, scendono su Bormio, la devastano, e puntano su Tirano, disseminando ovunque morte e rovine. I Valtellinesi, spalleggiati da contingenti spagnoli, si attestano in difesa sulle fortificazioni di Tirano. La mattina dell’11 settembre gli Svizzeri prendono d’assalto Tirano. Ma i Valtellinesi, sostenuto il primo urto, escono in campo aperto e la battaglia si svolge con sorti alterne; alla fine gli Svizzeri sono sopraffatti e lasciano sul campo numerosi morti, tra i quali gli stessi comandanti.

Gli storici riferiscono che in quel giorno la statua di bronzo di San Michele arcangelo, posta sulla cupola del Santuario, fu vista roteare su se stessa e brandire la spada di fuoco contro il campo avversario. 
A distanza di tanti secoli, questo fatto è entrato nella viva tradizione della gente della Valtellina e sta a significare la protezione della Madonna che quelle popolazioni hanno sperimentato in anni di durissime e drammatiche prove spirituali. La Madonna di Tirano si è dimostrata ancora una volta Ausiliatrice del popolo cristiano, nella difesa della vera fede. (Articolo di Don Mario Morra e tratto dal sito web http://www.donbosco-torino.it/)

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mercoledì 16 maggio 2018

Lendinara (RO) - Beata Vergine del Pilastrello


Santuario di "Nostra Signora del Pilastrello"

Il Santuario di Nostra Signora del Pilastrello è considerato a più titoli il tesoro di Lendinara (Rovigo), cittadina agricolo-industriale situata sulle sponde dell'Adigetto. Nel 1509, un temporale distrusse la casa di Giovanni Borezzo. Si salvò solo una statua della Madonna, trovata intatta sui rami di una siepe. Sul luogo venne eretto un pilastrello con sopra la statua. In seguito, fu costruita una cappella e si scoprì che la sorgente, che scorreva accanto al pilastrello, si tingeva di rosso ogni qualvolta i muratori la usavano: evidentemente, l’acqua avrebbe dovuto servire per le abluzioni purificatorie. Incanalata e raccolta, quell'acqua venne chiamata "bagno della Madonna". Il santuario fu costruito nel 1577. La gente del Polesine considera l’immagine di "Nostra Signora del Pilastrello" la sua ‘Madonna Nera’. L’attuale Santuario, affidato alla cura dei Monaci Benedettini Olivetani, fu costruito nel 1577-79 e ampliato nel sec. XVIII.

L’inizio della venerazione di Nostra Signora del Pilastrello risale al 1509, quando, la notte del 9 maggio, ci fu una prima prodigiosa manifestazione di Maria Vergine, legata ad una statua di legno alta 33 centimetri, che raffigurava la Madonna con il Bambino. Fu eretto perciò un piastrello su cui fu posta l’immagine miracolosa e nel 1576 avvenne il prodigio della fonte ritenuta miracolosa. L’acqua della fonte fu incanalata in una vasca che divenne il «Bagno della Madonna», dove accorrevano gli infermi a domandare la guarigione dai propri mali.

Allora si pensò alla costruzione di un Santuario: il 26 agosto 1577 fu posta la prima pietra e il 7 settembre 1578 i monaci benedettini olivetani presero possesso del tempio sacro, che fu inaugurato dal Vescovo Giulio Canani e in esso fu posto, con solenne processione, il venerato simulacro. Il 10 febbraio 1595, per delibera del Comune, la città venne consacrata alla Madonna e la sua effigie posta sullo stemma del comune e sulla facciata del Palazzo comunale. Il 25 settembre 1695 la Madonna venne incoronata dal vescovo di Adria Carlo Labia. Nel 1771 i monaci olivetani furono soppressi e tornarono il 1° agosto del 1905.

Nel 1911 il Santuario fu innalzato a Basilica e nel 1920 le fu conferita la dignità abbaziale. Seguirono lavori di abbellimento e la domenica del 15 settembre 1968 fu inaugurato il nuovo monastero.
Il tempio, solennemente consacrato il 23 settembre 1584 dal vescovo Giulio Canani, consisteva in una sola navata a volta; la cappella della venerata statuetta taumaturga si trovava di fianco, dove ora si trova l’altare di San Giovanni Battista. La facciata aveva una sola porta nel mezzo. Contiguo al tempio vi era il Bagno della Beata Vergine, luogo dove si trova la fonte miracolosa e il primo pilastro.

Dal 1795 l’abbazia ha forma di croce latina e poiché l’ambiente era ristretto rispetto alle esigenze dei numerosi pellegrini, nel 1800, per opera di Don Giacomo Baccari, furono trasformate in due navate le quattro cappelle, con nuovi altari di marmo. Le tre navate sono state decorate da Flaminio Minozzi. La statua miracolosa è posta su un artistico altare di marmo di Giovanni Marchiori (1745).

Il Santuario è stato affrescato dal pittore Giuseppe Chiacigh con ampi pannelli raffiguranti miracoli operati dalla Madonna del Pilastrello (1932-1942). Nella cupola l’Incoronazione di Maria e nel catino la Natività. Notevole il pulpito in marmo di Carrara. 
Innumerevoli le tele e gli ex voto; nel Salone del Pellegrino troviamo due grandi tele di Angelo Trevisani rappresentanti la Peste del 1630 e la Piena dell’Adige del 1730. Inoltre ci sono dipinti di Tommaso Sciacca, di Micocchi, di Giuseppe Ribera detto lo Spagnoletto, di Gian Francesco Barbieri da Cento, detto il Guercino. Dalla navata sinistra si passa alla cappella del Bagno, dove i malati sono immersi nell’acqua miracolosa. La fonte miracolosa è luogo di grande devozione e di frequenti pellegrinaggi. Aperta tutti i giorni dell’anno. Nella Basilica o nel monastero si eseguono periodicamente concerti e conferenze. (Articolo tratto dal sito web http://www.mariadinazareth.it/)

Sito dell'Abbazia


Santuario di "Nostra Signora del Pilastrello"
Lendinara (Rovigo)
Festa, 16 maggio
Monaci Benedettini Olivetani
Indirizzo: Via Santuario, 35. Tel. 0425/64.10.23 Diocesi: Adria-Rovigo.
Calendario: La solennità è celebrata l’8 settembre.



martedì 15 maggio 2018

Re (VB) - Madonna del sangue



Madonna del sangue ed il Miracolo del 29 aprile 1494

Nel cuore della Val Vigezzo l’imponente santuario custodisce l’immagine di Maria con il Bambino protagonista nel 1494 di un sanguinamento miracoloso. Il suo messaggio è ancora attuale: 

«Maria ci offre Gesù perché lei è la via più sicura per arrivare al Figlio»

Un grappolo di case abbarbicate tra la montagna e il fiume, a 710 metri d’altezza, nel punto che fa da spartiacque tra il dolce paesaggio della Vigezzo, la “valle dei pittori”, e l’esordio della tormentata discesa nel cuore delle Centovalli, verso il confine con il Canton Ticino. Con i suoi 770 abitanti, sparsi in un dedalo di frazioni, Re dovrebbe forse un po’ di notorietà solo al fatto che condivide con altri quattro paesi il record del Comune italiano con il nome più corto, due lettere.

Il miracolo del Sangue
Ma il suo destino è cambiato radicalmente, grazie a un miracolo, nella primavera di 524 anni fa. Ce lo ricorda padre Giancarlo Julita, da trent’anni rettore dell’imponente basilica che si staglia come un gigante di pietra all’orizzonte. «In quello che allora, il 1494, era un piccolo villaggio appartenente al ducato di Milano c’era una chiesetta dedicata a san Maurizio. Sul muro esterno si trovava un affresco raffigurante la Madonna che allatta Gesù Bambino.

La sera del 29 aprile, infuriato perché aveva perso al gioco della piodella, che consisteva nel gettare un sasso il più vicino possibile a delle monete sparse in terra, un valligiano, Giovanni Zucono, poi soprannominato Zuccone, scagliò un sasso contro l’affresco, colpendo in piena fronte l’immagine della Vergine». Quel gesto sacrilego ha cambiato la storia di Re, un paese che diversamente sarebbe rimasto bello e anonimo, come tanti altri disseminati ai piedi delle Alpi. Infatti, dalla notte del 29 aprile al 18 maggio successivo, a intervalli, dall'immagine della Madonna con in grembo il Bambino, scaturì copioso del sangue che i devoti asciugarono con panni di lana e strisce di seta, mentre il parroco ne raccolse alcune gocce in un calice. Il miracolo è documentato in due atti pubblici, redatti da notai dell’epoca e controfirmati dalle massime autorità della valle, i podestà Daniele Crespi e Angiolino Romano.
Attirati dalla notizia del miracolo, arrivarono subito i primi gruppi di devoti. «I pellegrinaggi erano già iniziati nel 1494», scrive lo storico rosminiano don Tullio Bertamini, autore della più documentata e voluminosa - 860 pagine - storia del santuario, «e altri ne seguirono costantemente, nonostante la “via silvestre e sassosa” di cui parlano i visitatori pastorali». Ma la svolta si ebbe con Carlo Bascapè, segretario di Carlo Borromeo e quindi vescovo di Novara dal 1593 al 1615. Fu lui, infatti, a promuovere la costruzione del primo santuario, che ingloba la piccola chiesa di san Maurizio, consacrato nel 1627 dal suo successore alla guida della diocesi novarese.


Un “doppio” santuario
Oggi il santuario è formato da due edifici incorporati tra loro, con la grandiosa basilica consacrata nel 1958 a fare da scrigno al santuario del Seicento. Il cuore del complesso resta il tabernacolo che custodisce il prezioso reliquiario: un’ampolla di cristallo sigillata da un tappo di vetro, sospesa a una catenella d’oro, e racchiusa in un calice di vetro con una pezzuola e un frammento di seta intrisi di un liquido che un’indagine, condotta dal professor Judica Cordiglia di Torino nel 1962, ha confermato essere di natura ematica, mentre l’esame radiografico della fronte della Madonna ha evidenziato la frattura causata dallo spigolo di un corpo contundente di forma piatta, la forma della “piodella” utilizzata nel gioco tradizionale all’origine del miracolo.

Quest’anno, il 14 febbraio, Mercoledì della Ceneri, il prezioso reliquiario ha lasciato per la prima volta il santuario per essere esposto nel periodo quaresimale nella basilica di san Gaudenzio a Novara.
«Dopo quello del Bascapè, il nome che resta inciso nella storia del santuario», ricorda padre Julita, «è quello di monsignor Antonio Peretti, parroco di Re dal 1898 al 1929, il primo a volere l’imponente basilica per la cui realizzazione sarebbero occorsi più di sessant’anni». Sarà infatti monsignor Gilla Vincenzo Gremigni, vescovo di Novara dal 1951 al 1963 (sepolto all’interno della basilica) a consacrare il nuovo tempio, al quale Pio XII concesse il titolo di basilica minore, il 5 agosto 1958. Tra i protagonisti della conclusione dei lavori, monsignor Ugo Poletti, allora vicario generale della diocesi di Novara, successivamente cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente della Cei.
Oggi questo gigante di pietra veglia sulla valle dall’alto dei 51 metri della sua cupola sormontata da una grande croce e sostenuta da sedici imponenti colonne di sasso. Il suo interno è illuminato da un suggestivo gioco di luci filtrate dalle 23 finestre di stile gotico e dalle vetrate disegnate da padre Costantino Ruggeri, cui si deve anche l’adeguamento del presbiterio alle norme del concilio Vaticano II, e nel quale spicca l’altare, un blocco monolitico di marmo di Carrara del peso di 80 quintali.

"La Madonna del Sangue di Re
ci dimostra che ogni immagine sacra,
anche la più semplice e dimenticata,
deve essere tenuta in grande rispetto e considerazione".

La sapienza del Padre
Ma per ritrovare il senso più autentico di questo colosso di pietra dobbiamo tornare nel minuscolo vecchio santuario, davanti all'altare che custodisce, protetto da un vetro, l’affresco da cui tutto ha avuto inizio. Il Bambino seduto sulle ginocchia della Vergine sorregge un cartiglio con la scritta In gremio matris sedet sapientia patris (Nel grembo della Madre siede la sapienza del Padre). «Tutto inizia e termina qui», commenta padre Julita, «Maria ci indica e ci offre Gesù, perché la Madre è la strada più perfetta e sicura per arrivare al Figlio, dal momento che è per questa stessa via che Gesù è venuto incontro a noi».
Ed è per questo che da 524 anni il flusso dei pellegrini non conosce fine. Qui giungono perfino dall'Ungheria, dove un’immagine della Madonna di Re, portata da un gruppo di emigranti vigezzini, ha replicato il miracolo. «Il popolo di Dio», conclude padre Julita, «ha un fiuto che non inganna: oltre cinque secoli di devozione popolare testimoniano che qui molti hanno trovato e trovano la risposta alle domande che inquietano il nostro camminare nei labirinti della storia, come individui e comunità».
La festa più solenne è quella del 29 aprile, che ricorda il miracolo del 1494. Il momento culminante è la “Messa del miracolo” alle ore 15, che si celebra nel pomeriggio da ancor prima che Pio XII autorizzasse la cosiddetta “Messa vespertina”, grazie a un indulto di Pio IX. Il 1° maggio, meteo permettendo, alle 15 la reliquia viene portata in processione attorno alla basilica.
(Articolo tratto dal sito www.santiebeati.it, Autore: Maurizio De Paoli, Fonte: Credere)

Link  Vaticano.com


lunedì 14 maggio 2018

Treviso (TV) - Maria Santissima Bambina



Per accendere speranza

Suore della Carità "di Maria Bambina"

L’idea di avere Maria Bambina nella parrocchia è nata da alcune catechiste che, in questo anno della fede, hanno pensato di risvegliare nei ragazzi le certezze del Vangelo anche attraverso simboli e devozioni. 

Era già stato realizzato un pellegrinaggio al santuario di Maria Bambina di Milano, al quale hanno partecipato con il parroco, le catechiste, le famiglie con i figli e alcune suore. 

A conclusione del mese di maggio, nel cortile della scuola «Maria Bambina», davanti al simulacro si sono radunati i fedeli per la recita del Rosario e per accompagnare poi, con la processione aux flambeaux, la piccola Maria, adagiata nella culla profumata di fiori primaverili, fino alla chiesa parrocchiale di «San Zeno». 
Lungo la via le case erano ornate con lumini e drappi e la luna ha fatto da sovrana tra le mille fiammelle quasi a confermare nella gente la speranza che, per quella sera, il cielo trattenesse la pioggia così frequente in questa primavera. 

Maria Bambina ancora una volta ha voluto prendere dimora in mezzo agli uomini passando con la sua manina benedicente per le vie e i quartieri della città. 
È stato un momento suggestivo, ma soprattutto ricco di devozione e di preghiera. Il simulacro è stato poi intronizzato nel centro della chiesa, dove è rimasto esposto per tutta la giornata, poi è stato collocato permanentemente in una delle cappelle laterali. 

Immagine (fotografia) tratta dal Web, si ringrazia l'autore

Nell'esperienza del ‘ridisegno’ che stiamo vivendo e che ci chiede di lasciare tante realtà, questa nuova presenza di Maria dice speranza e ci rassicura che, dovunque siamo, possiamo testimoniare ai fratelli che la fede in lei ci porta a Cristo Redentore. 

La gente ha bisogno di questa presenza umile e serena perché, anche nella fragilità di Bimba, Maria è grande e può tutto presso suo Figlio, come un giorno alle nozze di Cana.