lunedì 27 marzo 2017

Imola (BO) - Beata Vergine del Piratello


"NON AVER PAURA STEFANO,
SONO PROPRIO LA MADONNA, LA MADRE DI DIO" 
27 marzo 1483

Un pio pellegrino, di nome Stefano Mangelli, percorre solitario la «strada regale», che da Bologna conduce alle città di Romagna. Viene da Cremona ed è diretto a Loreto, per venerare la santa Casa di Nazareth, dove il Verbo si è fatto carne. A mano a mano che avanza, il pellegrino non manca di rendere omaggio alle tante immagini della Madonna che incontra per via e di accendere una candela davanti a ciascuna di esse. Il Giovedì Santo del 1483, quell'anno cadeva il 27 marzo, ed era ancora una rigidissima giornata d’inverno; il pellegrino arriva a tre miglia da Imola, dove scorge, all'incrocio con una strada secondaria, un rozzo pilastro, fiancheggiato da un piccolo pero «un Piradel», che custodisce, in una finestrella, un’immagine di Maria col Bambino, dolce e materna. La località, a causa di quel piccolo pero «un Piradel», si chiama «il Piradello o Piratello». Il pellegrino si accosta a compiere il rito consueto di recitare una preghiera e di accendere una candela, quando accade un fatto meraviglioso: la sua candela si rovescia e si spegne, ma subito dopo, come per mano di un angelo, si risolleva e si riaccende da sé. Lo stupore del pellegrino si accresce, quando ode distintamente una voce dolcissima, che gli dice di andare alla vicina città a dire alla gente che lei, «la Immacolata Maria Regina di vita eterna», vuole essere venerata in quel luogo. 

«Non aver paura, Stefano, sono proprio la Madonna, la Madre di Dio. Se quelli non ti credono, mostra queste»;

mentre la Madonna gli parla, Stefano sente che la sua casacca si riempie di rose, nonostante la stagione ancora fredda. Con la gioia nel cuore e la certezza che Maria gli abbia veramente parlato, il pellegrino percorre d’un fiato le tre miglia che lo separano dalla città e si presenta al Magistrato, al quale narra l’accaduto. Il fascio di rose freschissime, che si ritrova in grembo, nonostante il rigidissimo inverno, vale a dissipare ogni dubbio sulla veridicità del messaggio che egli reca.

Le campane suonano a distesa, anche se in quel giorno il loro suono è vietato dalle leggi liturgiche. Il popolo accorre sulla piazza maggiore, non sapendo se quel suono indichi un fatto di guerra o un fatto di pace. Indescrivibile è la gioia di tutti, quando il pellegrino, agitando il fascio di rose, proclama ad alta voce il Messaggio di Maria. Un’immensa folla si avvia verso il miracoloso pilastro, preceduta dal pellegrino, dal Magistrato e dal Vicario del Vescovo. I miracoli si susseguono e l’entusiasmo dei fedeli cresce incontenibile; è subito eretta una tettoia a protezione del Pilastro e davanti, un altare per la celebrazione della Messa.
Il pellegrino riparte quasi subito, per soddisfare il suo voto al Santuario di Loreto, e poi torna a Cremona, dove ha la sua famiglia ed i suoi affari.(1)

I Signori di Imola e di Forlì, Girolamo Riario e Caterina Sforza, che si trovano a Roma, informati del fatto, provvedono ad una migliore custodia del pilastro ed alla devozione sempre crescente della gente, invitando al Piratello i «Romiti di Valverde», cioè i Frati del Terzo Ordine della Penitenza di S. Francesco, che essi ben conoscono, perché a Forlì i Frati hanno il romitorio proprio nei pressi del loro castello. 

La conquista disarmata

Tra i primi Frati che giungono al Piratello vi è il beato Geremia Lambertenghi da Como, uomo veramente santo, dedito alla contemplazione ed alla penitenza; la venuta dei Frati segna un incremento incessante nello sviluppo del Santuario, dove i miracoli non si contano più.
Lo storico contemporaneo Andrea Bernardi, detto il «Novacula», ci parla di tanti miracoli stupendi ed infiniti, fra i quali ricorda la guarigione di una sua nipote, affetta da un gran male agli occhi.
Il Papa Innocenzo VIII, nel 1490, scrive che «per intercessione della sua genitrice, il Signore Nostro Gesù Cristo, in questo luogo, mostrò frequentemente miracoli di ogni sorta».
Nel 1500, sulla povera città di Imola si addensano nubi di tempesta. Cesare Borgia muove da Bologna con un poderoso esercito di mercenari, per riconquistare le città di Romagna che si sono ribellate al Governo Pontificio. L’esercito si accampa al Piratello, in attesa di sferrare l’attacco e mettere a ferro e fuoco la ribelle città di Imola, difesa da Caterina Sforza. Ma, come egli stesso scrive, viene a sapere che «la potenza dell’Altissimo, benché ovunque diffusa, pure per la mediazione dei religiosi che vi abitano (è evidente l’allusione al beato Geremia, superiore della comunità terziaria) frequentemente esaudisce coloro che pregano e li soddisfa con grazie miracolose». Pertanto, «acceso da singolare zelo di devozione», fa voto di completare la chiesa, di erigere una cappella in onore della Concezione di Maria e di dotarla con perpetua dote, se gli sarà concesso di conquistare Imola senza far ricorso alle armi, e così avviene. Negli animi degli assediati in Imola non vi è più ormai alcuna volontà di combattere per la signoria di Caterina; il comandante, Giovanni Sassatelli ben volentieri sottoscrive il patto di resa ed apre le porte della città. Cesare Borgia mantiene il suo voto: fa costruire la Cappella, abbellendola con un prezioso dipinto, attribuito a Leonardo da Vinci, nel quale vuole essere raffigurato lui stesso, genuflesso, implorante la protezione della Vergine. Di questo dipinto però si è persa ogni traccia, ma è certo che esso rimane nel Santuario fino al tempo della soppressione napoleonica.


Alessandro VI, venuto a conoscenza del fatto, nel 1501 ricolma il Santuario di vari privilegi, dato che «i fedeli – scrive – qui confluiscono volentieri perché conoscono di essere più abbondantemente rifocillati dai doni della grazia celeste». I privilegi furono poi confermati da Giulio II, che nel 1504 viene a venerare la Madonna del Piratello e si ferma a pranzo con i frati. (2)

Francesco Guidi da Montefiore, un frate del terz’ordine, che vive per molti anni al Piratello, da testimonianze raccolte, agli inizi del ’600, scrive che le vaste pareti della chiesa, costruita ad opera soprattutto del beato Geremia, erano letteralmente tappezzate da migliaia di tavolette ex voto per grazie ricevute, ma che nel 1557 i soldati francesi, accampati all'interno della chiesa, le hanno bruciate in gran parte per riscaldarsi.

Ai suoi tempi si contano ancora, appese ai muri della chiesa, più di quattrocento tavolette dipinte, attestanti altrettanti fatti miracolosi avvenuti per intercessione di Maria.
Fra Francesco ricorda in particolare una nave artisticamente scolpita, appesa alla volta della chiesa, a testimoniare l’intervento prodigioso della Madonna, nel salvataggio dei naufraghi, segno che la devozione alla Beata Vergine del Piratello si è diffusa anche in Paesi lontani.
Ricorda pure l’ex voto di Fra Bartolomeo Garganello, un frate terziario, che, mentre da Lodi si trasferisce al convento del Piratello, lungo la strada, sulle rive dell’Adda, è aggredito dai malandrini. Il povero frate è bastonato, ferito con una coltellata alla gola e poi gettato nell’Adda.
Fra Bartolomeo si raccomanda allora alla Beata Vergine del Piratello, che gli appare, «con le sue proprie mani lo caccia fuori dal fiume», e in un baleno lo fa trovare al Piratello. Poiché non può inghiottire cibi solidi, i frati suoi compagni lo nutrono per qualche giorno di brodo e pane grattugiato, con un cannello, attraverso la ferita della gola. Gli rimane così il soprannome di fra “Garganello”.

Con i miracoli cresce la devozione alla Vergine, e nel 1617 la città di Imola vuole che la Madonna del Piratello, in occasione delle Rogazioni, si trasferisca nella chiesa Cattedrale, come da anni si è soliti fare nella vicina Bologna, con la Madonna di S. Luca. In quell’anno, nella piazza Maggiore, la Madonna del Piratello riceve la corona d’argento per mano del Vescovo di Imola, Mons. Paleotti. Il 15 agosto 1714, è collocata sul capo della Vergine Santa la corona d’oro, decretata dal Capitolo Vaticano il 2 novembre 1711.

La protezione di Maria si manifesta in modo speciale nei tempi duri della Rivoluzione Francese. Il 22 agosto 1798 viene soppresso il convento del Piratello ed espulsi i quindici frati che lo abitano, ad eccezione di P. Luigi Masotti di 86 anni. Ma non per questo la città smette di onorare la sua Madonna e di celebrare le sue feste. Alla fine di maggio del 1799, i cittadini di Imola insorgono contro i francesi ed abbattono gli alberi della libertà; ottocento francesi, guidati dal Generale Hullin, uno dei più spietati rivoluzionari che si era distinto nella presa della Bastiglia, sono mandati a punire la città. Il Vescovo, il Cardinale Barnaba Chiaramonti, che il 14 marzo del 1800 sarà eletto Papa con il nome di Pio VII, muove incontro alle bande nemiche; al Piratello scongiura la Vergine Santa che salvi Lei la sua città, e poi va incontro al Generale. Si ripete il miracolo accaduto al tempo di Cesare Borgia: anche questa volta la città è risparmiata.
Nell’aprile 1814, il Papa Pio VII torna dall’esilio, e fa sosta al Piratello per ringraziare la Madonna. Qui lo incontrano il clero e il popolo. L’entusiasmo giunge a tal punto che, staccati i cavalli, gli stessi fedeli di gran corsa trainano la carrozza del Papa in città.

Patrona dei pellegrini

La Madonna ha scelto un pellegrino, Stefano Mangelli per affidargli il messaggio, che è alla radice della devozione del Santuario del Piratello, luogo di tante grazie di Maria per i suoi fedeli. Per questo Ella è venerata come la Patrona dei Pellegrini.
“Tutti siamo in cammino per le vie del mondo, verso la nostra ultima destinazione, che è la patria celeste", ci ricorda il Papa Giovanni Paolo II, "Quaggiù siamo solo di passaggio. Per questa ragione, nulla può darci il senso profondo della nostra vita terrena, lo stimolo a viverla come una breve fase di sperimentazione e insieme di arricchimento, quanto l’atteggiamento interiore di sentirsi pellegrini. I santuari mariani, sparsi in tutto il mondo, sono come le pietre miliari poste a segnare i tempi del nostro itinerario sulla terra: essi consentono una pausa di ristoro nel viaggio, per ridarci la gioia e la sicurezza del cammino, insieme con la forza di andare avanti, come oasi del deserto, nate ad offrire acqua ed ombra” (dal discorso del 19 marzo 1982) (Tratto dalla rivista "Maria Ausiliatrice" del marzo 2004)
1) Don Mario Morra, SDB1 G. F. Cortini, La Madonna del Piratello presso Imola, seconda edizione, riveduta dall’Autore, (Imola, Galeati 1939); Romeo Galli, La vera origine del santuario del Piratello (1489-1543), con illustrazioni e documenti inediti, (Bologna, Mareggiani 1943).
2) Morresi Giovanni, La Madonna del Piratello nella storia degli imolesi 1483-1983, (Imola, Galeati 1983). 
Visita il sito ufficiale del Santuario

Santuario Località Piratello - Via Emilia Ponente 27 - IMOLA
Telefono della Parrocchia 0542 40455

domenica 12 marzo 2017

Agazzano (PC) - Beata Vergine del Pilastrello


Santuario Beata Vergine del Pilastrello

Accanto al torrente Luretta troviamo il santuario Beata Vergine del Pilastrello sulla strada che porta a Rezzanello. Lo troviamo citato per la prima volta in un documento risalente al 1630. Un certo Riccardo Rossi aveva trasportato l’immagine della Madonna di Loreto sul muro di una costruzione di sua proprietà.

Nel 1630 dopo l’epidemia di peste Rossi fece costruire una chiesetta donando una parte della sua eredità forse a causa di una grazia ricevuta. Egli fece porre all'interno del santuario l’immagine della Vergine di sua proprietà. Nel corso del tempo la Madonna attirò molti fedeli e la devozione si localizzò sempre più trasformando la Madonna di Loreto in “Madonna del Pilastrello”. Essa fu quindi ufficialmente riconosciuta nel 1644 quando si tenne una solenne processione.

Su volere del Vescovo Scalabrini nel 1902 si decise di edificare un nuovo santuario di fronte al sito dove era custodita l’antica immagine. All'edificazione del tempio parteciparono anche i popolani che dedicarono con zelo il loro tempo libero per dedicarlo a giornate lavorative gratuite. La prima statua del Pilastrello fece ingresso nel santuario nel 1923. La statua viene oggi spostata solamente durante l’ultima settimana di Maggio quando viene trasportata nella vicina chiesa parrocchiale per poi essere riportata in processione al santuario. L’ultimo intervento risale al 2000 quando vennero eseguiti lavori di consolidamento grazie all'interessamento del parroco Don Mario Boselli (tratto dal sito http://www.viaggispirituali.it/).


AGAZZANO (PC) - 29100 - TEL. 0523 - 976677
BEATA VERGINE DEL PILASTRELLO



sabato 4 marzo 2017

Varese (VA) - S. Maria del Monte, Monastero delle Romite


Affresco di Stefano Maria Legnani, sec. XVIII
Monastero delle Romite Ambrosiane

Nel XV secolo il monte sopra Varese era una distesa di boschi e radure selvagge, con qualche casupola e alcune grotte, dove trovava riparo chi voleva dedicarsi a una vita di meditazione e solitudine ai piedi dell'antico Santuario. A questa comunità si aggiunse, intorno al 1450, un'orfana quindicenne di Verbania, Caterina Moriggi, decisa a votare la propria vita alla preghiera. Sopravvissuta alla peste, Caterina accolse nel 1454 un'altra giovane fedele, Giuliana Puricelli da Verghera di Samarate, iniziando con lei un'intensa attività di preghiera e assistenza ai pellegrini, che salivano al Santuario sempre più numerosi. In particolare al pellegrino assetato veniva offerta l'acqua ristoratrice, secondo una tradizione ancor'oggi rispettata.

Il 10 novembre 1474 Papa Sisto IV, su richiesta delle due donne, concesse l'autorizzazione a costruire il monastero. Il 10 agosto 1476 le romite divennero monache con la professione di fede, osservando la Regola di Sant'Agostino, le Costituzioni dell'Ordine di Sant'Ambrogio di Nemus e ottenendo il diritto di celebrare l'ufficio liturgico secondo il rito ambrosiano. Caterina morì il 6 aprile 1478 e alla guida del monastero le successe Benedetta Biumi. Il monastero, costruito grazie alla munificenza dei Visconti, crebbe d'importanza e le monache aumentarono di numero. Fu aperta una scuola, poi trasformatasi in collegio.

Nel 1798 la Repubblica Cisalpina tolse alle monache il riconoscimento religioso e si dovette attendere il 1822 per ripristinare il monastero e il collegio. Nel 1969, infine, la scuola fu soppressa definitivamente, restituendo alle Romite l'originaria identità di contemplative in regime di stretta clausura.

Attualmente le romite sono una quarantina, coltivano gli orti e allevano animali da stalla. Nel 1969 è nato il laboratorio di restauro sotto la guida di Carlo Alberto Lotti dove le madri operano per salvare dalla rovina preziose opere d'arte, bisognose di particolari cure. Alcune di loro studiano e preparano la liturgia e il Canto Ambrosiano, altre seguono con costanza il lavoro d'archivio e di biblioteca.

Annesso al Monastero è stato creato un Centro di Spiritualità per chi desidera vivere qualche ora o giorno di preghiera o di silenzio. Con questo servizio le Romite offrono la possibilità di un incontro con Dio nella preghiera.

Visita il Monastero


giovedì 23 febbraio 2017

Latiano (BR) - Maria SS. di Cotrino


STORIA DELL'AFFRESCO MARIANO
La bellissima e antica effigie della Madonna di Cotrino

La realtà storica del Santuario di Cotrino si fonda sulla presenza di una meravigliosa effigie della Vergine Maria. Si tratta di una stupenda icona di epoca bizantina che, dopo vari rimaneggiamenti e soprattutto dopo il restauro ultimato nel settembre del 1965, mostra ai devoti e ai tanti pellegrini il volto tenero di una Madre con in braccio il suo Bambino (Madre della tenerezza o glicofilusa), in un atteggiamento mirabilmente affettuoso, espresso dal contatto delle guance. Gli occhi a mandorla della Vergine sono rivolti verso il pellegrino, riflettendo uno sguardo amoroso e profondamente materno, quasi a voler indicare la possibilità anche per lui di essere partecipe di tanta intimità e amorevolezza. Il capo della Vergine e del Bambino sono ornati della sacra aureola. Il Bambino ha lo sguardo rivolto verso la Madre, ma con la sua mano destra, in un atteggiamento benedicente, esorta il devoto a lasciarsi afferrare dalla stupenda atmosfera orante e amorosa, creata dai due protagonisti. Probabilmente, le attuali linee di contorno, vistosamente artefatte, e le campiture di colore, impoverite o distrutte, conservano solo una vaga memoria della originaria stesura, dei cui ripetuti rifacimenti hanno risentito in particolare i tratti somatici dell’icona. Ad uno sguardo d’insieme, tuttavia, è possibile ancora oggi rendersi conto della maestosità artistica e del grande valore dell’immagine mariana di Cotrino. Anche se essa non è isolata nel suo genere, ricollegandosi, per i suoi tratti e caratteristiche, alle tantissime Madonne di stile bizantino, presenti in terra d’Otranto ad opera dei monaci basiliani, quella di Cotrino è, tuttavia, un’immagine insigne e peculiare, a motivo della sua storia e della sua grande devozione da parte del popolo di Latiano e delle popolazioni limitrofe. 

I ritocchi e i vari rimaneggiamenti, subiti dall’effigie lungo i secoli, sono testimoniati dall’immagine su tela, conservata nel coro del monastero e realizzata dal pittore Salvatore Murra (1909-1972), su cui si legge la seguente iscrizione: Effigie Madonna di Cotrino ritratta dall'affresco prima dello stacco e del restauro operati nel 1965. E, infatti, le pratiche per il restauro del prezioso affresco furono avviate nel 1961 dall'allora priore padre Alacrino Velocci e proseguite dal successore, il padre Filippo Agostino, sotto la direzione del sorprintendente di Bari, il dott. Francesco Schettini. Nel 1965 la soprintendenza di Bari inviò un tecnico per operare lo stacco dell'immagine dall'abside e portarla a Bari per gli opportuni interventi. Dopo vari mesi di pazienti lavori, e precisamente nel settembre 1965, l'immagine originale della Vergine, applicata su tela e liberata dalle sovrastrutture posteriori, riappare in tutto il suo primitivo splendore, e viene, quindi, ricollocata nel suo posto originario. Però, in seguito, si preferì sostituire l'originale con una copia perfetta, realizzata dal padre Agostino Caputi, che ancora oggi è collocata sulla parete centrale del presbiterio dell'antico santuario. In seguito alla costruzione del nuovo Santuario, nell'anno 1992, l'affresco originale restaurato e incorniciato in una preziosa cornice bronzea, realizzata dall'artista Carmelo Conte, venne posizionato sulla parete centrale del presbiterio. Le dimensioni del tutto sproporzionate rispetto alla parete e all'intera struttura della nuova chiesa, nonché l'architettura del tutto moderna, rendevano necessaria la realizzazione di un'immagine armoniosa con l'insieme architettonico. E fu così che nel 2006, invece dell'affresco, prendeva posto nel Santuario l'artistico mosaico, raffigurante la Vergine di Cotrino, realizzato dall'artista Alessia Cataldo della ditta Domus Dei di Roma (tratto dal sito http://www.santuariodicotrino.it/).

Visita il santuario


lunedì 20 febbraio 2017

Taranto (TA) - Il terremoto del 20 febbraio 1743


Era il 20 febbraio 1743, esattamente duecento- settantaquattro anni fa. Erano le 16,30 del pomeriggio, sereno, calmo. Ad un tratto… le case iniziano a muoversi, un sinistro boato echeggia per i vicoli… 
‘U tramòte!!!” Il terremoto! 
Tre forti scosse di magnitudo compresa tra sesto e settimo grado della scala Richter, con epicentro nel Canale d’Otranto, provocarono morte e distruzione in Grecia e nel Salento.

E si: non ci siamo fatti mancare proprio nulla, anche un terremoto di tremende proporzioni!

Passato alla storia come il “Terremoto di Nardò”, il sisma si fece sentire anche dalle nostre parti, e in maniera piuttosto forte. Nel volume di Mario Baratta, “I terremoti in Italia”, egli dice che “il terremoto d’Oriente del 1743 fu rovinoso o quasi in terra d’Otranto…Nardò più degli altri paesi della penisola salentina risentì rovine”. Infatti la comunità neretina fu la più martoriata dalla furia del movimento tellurico, dove l’intensità raggiunse il nono grado della scala Mercalli. Il numero esatto delle vittime resta un mistero: secondo il notaio De Carlo si ebbero 228 morti e 400 infortunati gravi, il Liber mortuorum della chiesa cattedrale neretina parla invece di 112 vittime (occorre tener conto però che non fu possibile estrarre dalle macerie tutte le vittime e che nei registri della mortalità non venivano considerati i bambini di età inferiore a 2 anni). Ingenti danni si verificarono a Sava (al Santuario della Madonna di Pasano), a Maruggio (alla Chiesa Madre, con il rosone completamente distrutto), a Lizzano (in buona parte del centro storico e al Castello marchesale, che subì una forte inclinazione), a Carosino (alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie); a Manduria vi fu una sola vittima, come riporta il sacerdote Leonardo Trentini nella sua opera «Manduria Sacra».

A seguito del movimento tellurico, si generò anche uno tsunami nel Mediterraneo. In particolare nel porto di Brindisi le acque si ritirarono improvvisamente, ma non si conosce con precisioni gli effetti dannosi prodotti dal maremoto: la mancanza di documentazioni storiche è dovuta probabilmente al fatto che l’area costiera interessata direttamente dal fenomeno, quella compresa tra Brindisi e Santa Maria di Leuca, all’epoca era quasi disabitata per via delle numerose paludi.


Si ritenne che il numero di vittime fu comunque basso a fronte dell’intensità del sisma, tanto che in quasi ogni comunità si volle credere alla protezione dei propri Santi Protettori. Si rafforzò da qui, quindi, quello stretto legame folkloristico e religioso tra molte popolazioni salentine e la devozione ai Santi Patroni: a Nardò, ad esempio, nacque la ricorrenza del 20 febbraio in devozione a San Gregorio Armeno che si celebra ogni anno. Secondo la credenza popolare, si attribuisce al Santo il miracolo di aver salvato gran parte della cittadinanza. La leggenda narra che la statua di San Gregorio Armeno, posta sulla sommità del sedile cittadino di Piazza Salandra, abbia ruotato verso la direzione dell’epicentro, per sedare appunto il catastrofico sisma; a Manduria all’indomani del terremoto, dalla Confraternita di S. Leonardo e S. Sebastiano, fu commissionata la statua della Madonna Immacolata, detta Madonna del Terremoto, tuttora presente nella Chiesa di S. Leonardo. La popolazione di Manduria, per lo scampato pericolo, fece erigere, inoltre, nei pressi del Largo Osanna (ora giardino pubblico), una colonna con la statua in pietra dell’Immacolata. Sulla porta pubblica detta “Porticella”, dove oggi sorge l’attuale orologio, fu dipinto un affresco raffigurante il distrutto campanile della chiesa matrice e, tra le macerie, la mano protettrice della Vergine Immacolata.


E anche Taranto subì qualche danno, non tanti: qualche piccolo crollo, ma molta paura. A metà del XVIII secolo Taranto contava 11.526 abitanti: non si registrano nè vittime nè feriti.

I danni più ingenti li subì solo la chiesa e il convento di San Francesco di Paola, allora situato fuori le mura. In una perizia redatta il 26 agosto 1743 da Lorenzo Agliarolo da Grottaglie, “magister murator”, conservata nell'Archivio Arcivescovile, per la riparazione della chiesa e del convento, si legge che “per la rovina accagionata dall’orribil terremoto sortito nel mese di febraio del corrente anno 1743, il Convento, e chiesa dei PP. Minimi di questa città ritrovansi nella maggior parte nell'evidente pericolo di rovinare, e precisamente la detta chiesa trovasi notabilmente lesa, anziché rovinata nella lamia grande di mezzo, nella lamia laterale e nel muro laterale dalla parte della via pubblica.”

Poiché Taranto aveva subito pochissimi danni, mentre i dintorni contavano morti e feriti, tutti attribuirono all'intercessione dell’Immacolata la protezione della città; il Sindaco dell’epoca, Scipione Marrese, decise di onorare la Madonna con un triduo di preghiere da tenersi ogni anno nel mese di febbraio in Cattedrale.

Ma l’Immacolata fu venerata come Patrona minore della città, mettendola quasi in secondo piano dopo il Patrono principale S. Cataldo. Bisogna aspettare il 1943 perché l’Immacolata diventasse “Patrona Principale di Taranto insieme e come S. Cataldo”. Fu l’Arcivescovo Mons. Bernardi, che propose alla Sacra Congregazione dei Riti l’Elezione della Vergine a Patrona Principale di Taranto con S. Cataldo. La proposta fu approvata il 12 febbraio 1943 e il 20 dello stesso mese fu murata una lapide nella chiesa di S. Michele che ricorda l’evento.

Ma perché nella chiesa di S. Michele si custodisce il venerato simulacro dell’Immacolata?

Dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, al 1578, quando per la prima volta a Taranto viene eretta una confraternita con il titolo dell’Immacolata Concezione in una cappella della chiesa di S. Francesco d’Assisi, come ci fa sapere Ambrogio Merodio nella sua “Istoria Tarantina”: “Vi è ancora una devotissima compagnia sotto l’invocazione dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima Vergine, li fratelli della quale sono tutti persone nobili e civili, che hanno pensiero di questuare per la città per sovvenimento delli poveri carcerati, come anco di assistere alli condannati a morte”. Un secolo dopo l’erezione della confraternita, fu commissionata a Napoli la bella statua che giunse a Taranto nel febbraio del 1679, come recita il Merodio: “li sopraddetti fratelli fecero venire da Napoli una devotissima statua di detta purissima Madre di Dio, che fu ricevuta in Taranto come dono del cielo con generale processione nel mese di settembre del 1679”. 

La statua, di legno, ha il volto di una giovane, con lo sguardo leggermente rivolto verso l’alto e col piede che schiaccia il dragone; le mani non congiunte sul petto, ma protese verso destra. È una caratteristica questa che ha visto numerose interpretazioni: la più famosa vuole che la Madonna spostò le mani verso destra per allontanare il terremoto del 1743 dalla città che era sotto la sua protezione. Una bella leggenda !
Col passare degli anni la devozione verso l’Immacolata aumentò e si rese necessario una sede più ampia. Nella seconda metà del ‘700 la Confraternita si trasferì nella vicina chiesa di S. Michele, mentre il simulacro della Vergine fu affidato alle monache claustrali dette Cappuccinelle, che abitavano l’attiguo convento della chiesa di S. Michele; il convento di S. Francesco d’Assisi, intanto, fu incorporato dal demanio dello stato, mentre la statua della madonna restò nel monastero delle Cappuccinelle fino alla sua chiusura, avvenuta nel 1861 o nel 1864. Dopo ciò fu sistemata sull’altare maggiore della chiesetta di S. Michele, dove si trova ancor’oggi.
E ancora oggi la cittadinanza tutta, nel mese di febbraio, onora l’Immacolata con un triduo di preghiere per ringraziarla della protezione che ha avuto e che ancora ha per la nostra Taranto. E non dimentichiamolo mai!!! (articolo di Benedetto Maria Mainini pubblicato su http://confraternitadelcarmine.blogspot.it/).


domenica 19 febbraio 2017

Tortona (AL) - Nostra Signora della Guardia

Il Santuario della Madonna della Guardia

 
Il Santuario sorge sugli antichi resti della chiesa dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, risalente al XI secolo, tenuta dai padri Benedettini prima e dai Francescani poi. Nel 1418 San Bernardino da Siena venne qui a predicare e la chiesa da lui prese il nome di “La Madonna di San Bernardino” , ma intorno al XVI secolo iniziò un periodo di degrado, i fedeli tortonesi, però, continuarono ad andare in pellegrinaggio al santuario chiedendo favori alla Madonna, che spesso li accontentava; per cui, in ringraziamento dei favori ricevuti nel 1585 fu costruito un pilone a quattro facciate, sul luogo della chiesa originaria. Nel 1607 a seguito delle insistenti richieste della popolazione il vescovo Monsignor Gambara fece costruire un santuario più grande attorno al recente pilone e a breve per meglio accogliere i pellegrini,fece costruire un ponte sul torrente Ossona, che separa il rione San Bernardino dalla città. In breve tempo si susseguirono diversi lavori di abbellimento e ampliamento: si dipinse la chiesa, si innalzò la cupola, si costruì il portico e la piazza circondata da colonne di pietra.
Nel 1802 i padri agostiniani, succeduti ai francescani nel 1662, furono cacciati da Napoleone che adibì il santuario a casa privata. Già danneggiato il santuario rischiava di andare in rovina, solo una piccola parte veniva ancora utilizzata come chiesa per adorare la Madonna.

Nel 1893 don Orione vi aprì un colleggetto per i suoi ragazzi e già pensava di realizzarvi il santuario che conosciamo. Il santuario attuale infatti deve la sua costruzione alla volontà di don Luigi Orione, che, nato in un sobborgo vicino Tortona nel 1872, durante la Grande Guerra fece un voto alla Madonna, promettendole la costruzione di un Santuario, se avesse fatto tornare salvi i soldati della città; il voto venne pronunciato il 29 agosto del 1918 e il 4 novembre si proclamò la fine della guerra. Nell'aprile 1928 iniziarono i lavori di costruzione del Santuario che terminarono nel 1931, ma ancora la statua di bronzo non poteva essere ultimata a causa della mancanza di fondi. Don Orione, non si arrese, andò casa per casa a chiedere mestoli, pentole e tutto ciò che di rame possedesse la popolazione tortonese. Gli oggetti raccolti furono fusi e parteciparono alla costruzione della Madonna chiamata infatti anche Madonna delle pentole rotte. Don Orione però, non vide mai il compimento della statua, poiché venne completata solo nel 1959, quasi 20 anni dopo la morte del santo.

Alla benedizione della statua momentaneamente adagiata sul sagrato (28 agosto 1958) era presente il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, che di lì a pochi mesi divenne papa Giovanni XXIII. Quando l’anno dopo, il giorno del 1° anniversario, la statua venne sistemata sulla cima della torre, il papa volle di nuovo essere presente e in questa occasione pronunciò un radiomessaggio a tutti i fedeli. La statua fin da lontano si presenta in tutta la sua grandiosità: alta 14 metri, poggia su una torre di 60 metri di altezza costruita dietro il santuario; vi è raffigurata Maria con in braccio Gesù Bambino, con un braccio sollevato quasi a proteggere idealmente tutta Tortona. Opera dello scultore Narcisio Cassino, pesa 120 quintali ed è il simbolo della città, nonché la più grande costruzione in bronzo fuso presente al mondo. La torre è visitabile e permette al visitatore di godere di un bellissimo panorama della città e delle montagne intorno. Una piccola piazzetta e una lunga scalinata portano alla porta principale, dove si giunge all'ingresso del santuario; al suo interno una grande volta, poggia su colonne marmoree, guidando il visitatore verso un’altra statua dedicata alla Madonna, custodita da un tempietto dietro l’altare principale, che si raggiunge con le grandi scale simmetriche. 


A sinistra un imponente organo per le messi solenni e a destra l’ingresso della cripta, spaziosa chiesa dedicata alla Vergine Addolorata, in cui oltre ai resti di insigni servi di Dio, veniva custodita la tomba di don Orione, fino al 1965, quando venne riesumato il corpo avvenuta; da quel momento la tomba si trova sul lato destro del santuario. Sono custodite nella cripta numerose statue di santi, come quelle rappresentanti San Giuseppe, San Luigi Gonzaga, Santa Rita, Santa Teresina di Gesù Bambino, San Pio da Pietrelcina, ai quali era molto devoto Don Orione, proclamato santo nel 2004 da Papa Giovanni Paolo II. Di grande interesse il bronzo, opera di Arrigo Minerbi, che raffigura il santo in punto di morte che benedice i suoi discepoli, i quadri ad olio che rappresentano episodi della vita di don Orione e cimeli appartenenti al santo e ad altri personaggi. Il Santuario è stato consacrato dal vescovo di Tortona il 24 agosto 1991, che lo ha dedicato a Dio in onore della Madonna, venerata come “Madonna della Guardia” e il 1° ottobre 1991, Papa Giovanni Paolo II, insignì il Santuario del titolo di Basilica Minore (Articolo tratto dal sito http://www.viaggispirituali.it/ che ringraziamo).

Visita il sito ufficiale

Il 29 agosto, giorno del voto di don Orione alla Madonna, si celebra ogni anno, la festa del Santuario.

sabato 11 febbraio 2017

Notre Dame de Lourdes


Beata Vergine Maria di Lourdes
11 febbraio - Memoria Facoltativa

apparizioni 1858

Clicca per vedere il post su Lourdes del 2016

Questa memoria si collega alla vita e all'esperienza mistica di Maria Bernarda Soubirous (santa Bernadetta), conversa delle suore di Nevers, favorita dalle apparizioni della Vergine Maria (11 febbraio – 16 luglio 1858) alla grotta di Massabielle. Da allora Lourdes è diventata mèta di intenso pellegrinaggio. Il messaggio di Lourdes consiste nel richiamo alla conversione, alla preghiera, alla carità. (Mess. Rom.)



 


Etimologia: Maria = amata da Dio, dall'egiziano; signora, dall'ebraico

Martirologio Romano: Beata Maria Vergine di Lourdes, che, a quattro anni dalla proclamazione dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, l’umile fanciulla santa Maria Bernardetta Soubirous più volte aveva visto nella grotta di Massabielle tra i monti Pirenei sulla riva del Gave presso la cittadina di Lourdes, dove innumerevoli folle di fedeli accorrono con devozione. 


Lourdes ricorda le apparizioni mariane più famose della storia. 

Esse avvennero nel 1858 ed ebbero come protagonista una ragazza di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous. La Vergine le apparve per ben diciotto volte in una grotta, lungo il fiume Gave. Le parlò nel dialetto locale, le indicò il punto in cui scavare con le mani per trovare quella che si rivelerà una sorgente d’acqua, al contatto con la quale sarebbero scaturiti molti miracoli.

Un momento importante fu quando, in un’apparizione avvenuta il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, alla ripetuta richiesta di Bernadette, la Vergine disse di essere l’Immacolata Concezione, venendo così a confermare il dogma del concepimento immacolato di Maria promulgato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 (quattro anni prima).
Ma chi era Bernadette Soubirous? Una ragazza gentile, delicata, cagionevole di salute, cresciuta in una famiglia poverissima, la quale, al tempo delle apparizioni, abitava in un luogo molto umido e malsano. Talmente malsano che, essendo stato già una prigione, si era pensato di abbandonarlo perché troppo inospitale perfino per i detenuti.
Ciò che avvenne a Lourdes lo conosciamo dalle dettagliate deposizioni che Bernadette dovette fare dinanzi alla Commissione Diocesana incaricata di esaminare i fatti.
Tutto ebbe inizio giovedì 11 febbraio 1858, quando Bernadette si recò a raccogliere legna secca nel greto del fiume Gave, insieme ad una sorella e ad una loro amica. Il gruppetto, costeggiando la riva del fiume, giunse dinanzi ad una grotta, ma li separava da essa un piccolo canale. Le compagne di Bernadette lo attraversarono senza esitazione; ella invece non poté mettere i piedi nell’acqua gelata a causa della sua gracilissima salute. Ad un tratto la sua attenzione fu richiamata da un rumore simile a un colpo di vento. Istintivamente si giro versò gli alberi pensando che il rumore fosse venuto da quella parte e invece notò che gli alberi erano completamente immobili. Seguì un secondo rumore, capì che proveniva dal cespuglio che si trovava nella grotta. Fu allora che la ragazza vide una figura bianchissima che aveva l’aspetto di una signora. Questa le fece cenno di avvicinarsi, ma la fanciulla non ebbe il coraggio di farlo. Sorpresa e turbata, non sapeva cosa fare. Bernadette si stropicciò ripetutamente gli occhi pensando che si trattasse di un’allucinazione, ma la Signora era sempre lì, dinanzi alla sua vista. Un’ispirazione le fece tirare dal tascone la sua corona di Rosario e iniziò a recitarlo…e la Signora si unì alla preghiera. Al termine del Rosario l’apparizione scomparve.

Le compagne non avevano visto nulla, né tantomeno sospettarono di qualcosa. Bernadette chiese loro se avessero visto; ovviamente la risposta fu negativa. Sulla strada del ritorno, Bernadette accennò qualcosa alla sorella. Lo stesso fece alla sera con la madre, la quale, però, cercò di convincere la fanciulla ch’era stata solo vittima di un’allucinazione e le ordinò di non tornare più alla grotta. Intanto la sorella non tenne il segreto e riferì alle sue compagne: in breve tempo molte persone vennero a conoscenza di quello che Bernadette aveva visto. Infatti, domenica 14 febbraio, diverse ragazze della sua stessa età chiesero a Bernadette di tornare alla grotta insieme a lei. Ella si rifiutò per non disobbedire alla mamma; ma le ragazze parlarono con la donna e ne ottennero il permesso. Intanto in Bernadette cresceva la paura: e se si trattava di spiriti malefici? Corse subito in chiesa per procurarsi dell’acqua benedetta. Giunse poi alla grotta e avvenne una nuova apparizione. Per tre volte asperse la grotta con l’acqua benedetta: la Signora non si mosse e sorrise. La ragazza allora estrasse la corona e iniziò a recitare il Rosario.
Il 18 febbraio l’apparizione chiese a Bernadette di tornare alla grotta per quindici giorni consecutivi, le raccomandò di andare a dire ai sacerdoti di costruire una chiesa sul luogo delle apparizioni. La ragazza fu fedele all’appuntamento.
Il 24 e 25 febbraio la Signora invitò Bernadette a mangiare dell’erba, a fare dei gesti di penitenza e le ordinò di scavare con le mani sul lato sinistro della grotta. La fanciulla trovò dell’acqua, la Signora le disse di bere ed ella obbedì: portò l’acqua torbida alla bocca, si lavò e poi la bevve.
Il 25 marzo la Signora disse finalmente il suo nome. L’apparizione restò immobile, mostrandosi nell’atteggiamento della Vergine raffigurata nella famosa medaglia miracolosa rivelata a santa Caterina Labourè. La Signora sollevò le mani, le congiunse all’altezza del petto, levò gli occhi al cielo e disse: «Io sono l’Immacolata Concezione».
La Madonna promise a Bernadette la felicità, ma non in questo mondo. A Nevers la veggente visse da religiosa il messaggio di penitenza e di preghiera che aveva ricevuto alla grotta. Morì santamente il 16 aprile 1878, all’età di trentatré anni; età significativa visto le enormi sofferenze che contrassegnarono la sua vita. Fu beatificata nel 1925 e canonizzata nel 1933.
Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Tarbes il 18 febbraio del 1862. Ben presto fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto.
Lourdes divenne subito il più celebre dei luoghi mariani. Un ufficio speciale (le Bureau médical) fu incaricato di vagliare scientificamente le guarigioni che iniziarono a verificarsi immediatamente. Di miracoli finora ne sono stati riconosciuti una settantina, ma di fatto sono molti di più. Ancora più numerose sono le conversioni. 


La risposta a qualsiasi utopia
Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus con cui promulgò il dogma dell’Immacolata Concezione dice chiaramente che la Vergine con i suoi privilegi è l’antidoto a tutti gli errori e a tutte le eresie. Così scrive: «La nostra bocca è piena di gioia e le Nostre labbra di esultanza, e rendiamo e renderemo sempre i più umili e i più vivi ringraziamenti a nostro Signore Gesù Cristo, per averci concesso la grazia singolare di potere, sebbene immeritevoli, offrire e decretare questo onore, questa gloria e questa lode alla sua santissima Madre. E poi riaffermiamo la Nostra più fiduciosa speranza nella beatissima Vergine, che, tutta bella e immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, e ha portato la salvezza al mondo; in colei che è gloria dei profeti e degli apostoli, onore dei martiri, letizia e corona di tutti i santi; sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di tutti coloro che sono in pericolo; potentissima mediatrice e riconciliatrice di tutto il mondo presso il suo Figlio unigenito; fulgidissima bellezza e ornamento della Chiesa e della sua saldissima difesa. Riaffermiamo la Nostra speranza in colei che ha sempre distrutto tutte le eresie, ha salvato i popoli fedeli da gravissimi mali di ogni genere, e ha liberato Noi stessi da tanti pericoli, che ci sovrastano. Noi confidiamo che ella voglia, con la sua validissima protezione, fare sì che la nostra santa madre, la Chiesa cattolica, superate tutte le difficoltà e sconfitti tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno più presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, dal mare al mare, e dal fiume sino ai confini della terra, e abbia pace, tranquillità e libertà completa (…)».  
Dunque, la Vergine è colei che distrugge tutte le eresie, perché è colei che ci ha donato il Salvatore permettendo la Redenzione della più grande catastrofe di tutti i tempi: il peccato originale. Ritorniamo a Lourdes. La Provvidenza non sceglie a caso i luoghi delle apparizioni. In quei tempi la Francia era la patria del positivismo filosofico. Tale corrente affermava che solo la conoscenza sensibile potesse permettere la conoscenza della verità, se mai la verità potesse essere davvero conosciuta. Dunque un materialismo ed un sensismo radicali, che ebbero ripercussioni anche sulla concezione dell'uomo e della sua libertà. Il positivismo, infatti, portò a ritenere che l'uomo fosse totalmente determinato dalla società: una società buona renderebbe l'uomo buono, una società cattiva renderebbe l'uomo cattivo. Invece a Lourdes la Vergine, confermando il dogma dell'Immacolata Concezione, venne a ricordare al mondo la verità del peccato originale, ovvero la verità della libertà e della responsabilità umane. Quale società può essere migliore del paradiso terrestre? Eppure l'uomo, anche nel paradiso terrestre, è stato capace di peccare. Questo perché l’uomo è libero. Certamente la società può influenzarlo ma non determinarlo. Dunque, prima di agire sulle società, bisogna agire sul cuore dell’uomo, per una continua conversione dell'uomo stesso.
Pio IX, spiegando ai cardinali il valore dell’Immacolata Concezione il giorno dopo la promulgazione del dogma, così disse: «La grandezza di questo privilegio varrà moltissimo anche a confutare coloro, i quali negano che la natura umana si sia corrotta per la prima colpa ed amplificano le forze della ragione al fine di negare o di sminuire il beneficio della rivelazione. Faccia, infine, la Vergine Beatissima, la quale sconfisse e distrusse tutte le eresie, che si svella dalle radici e si distrugga anche codesto perniciosissimo errore del razionalismo, il quale, in questi tempi infelicissimi, tanto affligge e tormenta non solo la civile società, ma anche la Chiesa» (Singulari quadam, Allocuzione al Concistoro del 9 dicembre 1854). Il celebre pensatore spagnolo Donoso Cortes afferma che dalla negazione del peccato originale nascono tutti gli errori, perché dalla negazione del peccato originale nascono tutte le utopie. Così scrive in una sua lettera: «La negazione del peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della Rivoluzione. Supporre che l'uomo non sia caduto nel peccato originale significa negare, e si nega, il mistero della Redenzione e della Incarnazione, il dogma della personalità esteriore del Verbo e il Verbo stesso. Supporre l'integrità naturale della volontà umana, da una parte, e non riconoscere, dall'altra, l'esistenza di altro male e di altro peccato che il male ed il peccato filosofico, significa negare, e si nega, l'azione santificante di Dio sull'uomo e con essa il dogma della personalità dello Spirito Santo. Da tutte queste negazioni deriva la negazione del dogma sovrano della Santissima Trinità, pietra angolare della nostra fede e fondamento di tutti i dogmi cattolici». La negazione del peccato originale vuol dire la possibilità che l’uomo sia per natura buono e che ciò che lo contamini siano solo le strutture sociali, per cui sarebbe possibile, qualora si creasse una sorta di “società perfetta”, il trionfo totale del bene e della completa bontà dell’uomo stesso. Insomma: l’essenza di ogni utopia, ma anche la convinzione, tipicamente moderna, secondo cui l’uomo possa, con il suo agire (in questo caso con il suo agire politico e sociale), essere “salvatore” di se stesso. 
La Vergine a Lourdes indica invece due prospettive: 1) Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. 2) Quella dell’eliminazione del peccato come principale scopo dell’agire umano. Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. A Bernadette l’Immacolata disse: «Non ti prometto la felicità quaggiù, ma in Paradiso». Il che significava ricordare all’uomo che la legittima speranza di migliorare la vita terrena non poteva essere sostituita con la pretesa di eliminare totalmente il male da questa stessa vita. Sappiamo che il positivismo filosofico alimentò l’utopia di un possibile mondo senza malattia e senza morte, utopia che poi naufragò tragicamente soprattutto a causa della catastrofe della Grande Guerra. Quella dell’eliminazione del peccato come principale compito dell’agire umano. L’uomo può diventare buono principalmente con la conversione; le strutture sociali e il progresso medico scientifico hanno senz'altro un valore importante ma certamente relativo: ciò che conta è la santità. Ed ecco perché Lourdes è diventata anche la vera oasi della sofferenza fisica, che, nella tenerezza della Vergine Immacolata, può trovare straordinariamente la guarigione (i miracoli), ma ordinariamente trova di certo la forza per andare avanti e la luce per capire la relatività della vita terrena in comparazione alla pienezza della vita del Paradiso (di Corrado Gnerre).