mercoledì 12 aprile 2017

Ischia (NA) - Maria SS.ma Addolorata



Chiesa della Santissima Addolorata
di Ischia

Nel 1873, la famiglia Morgioni donò alla diocesi d’Ischia il terreno e Mons. Francesco De Nicola vi fece costruire la chiesa, che con il contributo dei popolani della contrada intese dare solenne venerazione ad una popolare statua della Madonna Addolorata, custodita nella casa di una pia donna. Il simulacro, aveva fama d’operare molte grazie e secondo un’antica diceria popolare nove di queste sono attestate dai nei fuoriusciti spontaneamente sul volto della sacra immagine.
Il piccolo edificio a pianta rettangolare, ad una sola navata con abside circolare. All'esterno la facciata si presenta semplice e lineare con piccolo porticato; l’interno, piuttosto elegante, con pareti suddivise da due archi ciechi su lesene sormontate da una cornice molto aggettante, da cui si diparte un’ampia volta a botte (in buona parte dipinta) caratterizzata da una serie di lunette e finestroni. Nel fondo della navata, l’abside (anch’essa ricca di dipinti e marmi policromi) è introdotta da un’ampia arcata su lesene e accoglie l’altare di marmo costruito ex novo negli anni 70; una grande nicchia marcata da una pregiata cornice lignea, ospita la statua della Madonna Addolorata (http://www.ischia.it/chiesa-dell-addolorata).



Storia della Chiesetta

La Chiesa dell'Addolorata fu fondata nel 1873 e fu realizzato su un terreno di proprietà della famiglia Morioni. 



L’idea fu del Vescovo d'Ischia Mons. Francesco De Nicola d'Aversa (1872 - 1885), con il contributo del popolo, per ospitare al suo interno la statua della Madonna Addolorata, che era molto venerata nella zona della Mandra, per i miracoli che le venivano attribuiti. 


I lavori della chiesa durarono tre anni e nel settembre 1876 lo stesso vescovo la inaugurò. La chiesa ha una pianta rettangolare, con una sola navata ed abside circolare, decorata da marmi policromi.


La facciata è semplice, con un piccolo porticato che, attraverso degli scalini, dà accesso all'ingresso. L'interno è elegante, con le pareti suddivise da archi ciechi su lesene sormontate da una cornice aggettante, da cui si dipana una volta a botte.

All'interno della chiesa è da segnalare, in modo particolare, una statua in legno scolpito e dipinto, raffigurante l'Addolorata, che era di proprietà della signora Giuseppa Manzi. La signora viveva in prossimità della chiesa. Ogni sera le persone del posto si recavano in preghiera nella casa della donna per venerare la statua, che secondo la tradizione aveva operato diversi miracoli. E tra questi, in particolare se ne annoveravano sette, come i nei comparsi sul volto del simulacro.
AA.VV., Ischia svelata. Percorsi guidati nell’isola verde tra chiese, monumenti e dimore storiche, Associazione Albergatori dell’isola d’Ischia, 1995, p. 40; O. BUONOCORE, L'Addolorata, Tipografia Porto, 1926; A. DELLA RAGIONE, Le chiese d'Ischia, appunti, p. 6, ora editi da Clean, Napoli, 2005, p. 32. (articolo tratto dal sito web http://ischialaperladelgolfo.blogspot.it/)


giovedì 6 aprile 2017

Andria (BT) - La Madonna di Trimoggia


L'affresco della Madonna di Trimoggia

L'affresco della Madonna, "di greco pennello" in stile bizantino (ma molto rimaneggiata da cattivi restauri), raffigura Maria incoronata, seduta probabilmente in trono, e perciò chiamata "Kiriotissa" - Regina, nell'atto di presentarci in braccio il piccolo Gesù benedicente.

Scrive Mons. Triveri nella su citata relazione sulla sua visita pastorale 1694:
"Nel presbiterio l’altare maggiore si trova sotto un palco retto da sei colonne; come dossale ha un affresco della Beatissima Maria Vergine (non si nomina Gesù seduto sulle sue ginocchia come la vediamo oggi nell'affresco residuo) coperta da un velo e ornata da una cornice dorata."

Il Merra nel testo già citato parlando di questo affresco riporta alcune frasi del prevosto Giovanni Pastore vissuto nel Settecento, indi completa la storia con altre sue ricerche ed osservazioni:
"Alla distanza di circa cinquanta passi da questa voraggine, «si rinviene eretta quell’antica Chiesa, non molto grande, nè tanto piccola quanto si rappresenta, fabbricata alla gotica maniera, in cui si venera l’Immagine di Maria Santissima sotto il titolo di Trimoggia, nell’altare principale». Entro una vaga cornice dorata vedesi l’Immagine veneranda della Vergine, con il Bambino Gesù, seduto in seno. Questa Immagine fu ridipinta sopra una effigie del Crocifisso, in tempi posteriori, e precisamente nel 1776, quando fu rifatta la Cappella. Ciò ci viene assicurato dal Prevosto Pastore, il quale dice: «fu rinnovata la predetta Immagine della SS. Vergine, già consunta e sfigurata per l’antichità dei secoli».

L’antichissima Immagine aveva richiamata l’attenzione di Mons. D. Luca Antonio Fieschi dei Conti di Lavagna nel Genovesato, Vescovo di Andria, il quale quattrocento anni dopo il trasferimento in città dei Trimodiesi, "in testimonio di sua vivissima e specialissima devozione verso di tale effigie benedetta volle ristaurarne a proprie spese l’altare, come si rileva dalla lapide del 1776. ..."

[testo tratto da " L’immagine del SS. Salvatore in Santa Maria di Trimoggia" in "Monografie Andriesi" di E. Merra, Tip. Pontificia Mareggiani, Bologna, 1906, Vol. I, pagg. 279-334,]

La lapide a lato, che ricorda due restauri della Chiesa (tra il 1566 e il 1582 l'uno, e nel 1776 l'altro), può essere così tradotta (testo esposto negli ambienti annessi al Santuario): "D.O.M. - Il priore Tarquinio, il clero e tutti gli abitanti, a causa delle sofferenze della guerra e per le incursioni dei briganti, dovettero lasciare le loro abitazioni e il tempio di S. Maria di Trimoggia nel XII secolo, per entrare in Andria.
Dopo 400 anni Luca Antonio Flisco, vescovo di questa Città [dal 1566 al 1582], fece restaurare l'altare sopra il quale era dipinta in modo «graecanice» (stile greco) l'immagine della Beata Vergine Maria.
Il clero di S. Nicola, demolito il vecchio tempio (sacellum), consumato ormai dagli anni, ne fece costruire uno nuovo, sotto la direzione dei reverendi Don Giuseppe Scamarcio e Riccardo Raimondi. (Anno) 1776"


Introduciamo lo studio con la scheda tecnica ufficiale del SS. Salvatore:

PROVENIENZA: probabilmente è opera di artista locale, di cui però non si hanno riferimenti, né attribuzioni di altre opere.
DATAZIONE: forse è contemporaneo delle altre immagini che si veneravano e che sono presenti ancora nei paesi vicini, Barletta e Cerignola, allorché tra queste cittadine vivo era lo scambio commerciale, culturale e ... devozionale. Perciò si può assegnare la data a cavallo tra i sec. XVI e XVII.
OPERA: di autore ignoto.
MATERIALE: pittura ad olio su tela.
DIMENSIONI: larghezza cm 112 x 157 di altezza, all'interno della cornice lignea.
CONDIZIONI: non buone; la pittura cade a scaglie, perciò i Dehoniani, attuali custodi del Santuario, hanno deciso di non rimuovere più il quadro per portarlo in processione.
RESTAURO: certamente ha subito vari restauri lungo i secoli. Il primo documentato è del 1711 per interessamento del vescovo di Andria mons. D. Nicola Adinolfi, come risulta dagli atti della sua visita pastorale alla chiesa di Trimoggia. L'ultimo risale al 1953. Infatti sul retro del quadro e precisamente sul telaio in orizzontale, si legge la scritta a pennarello: restaurato in Roma marzo 1953 dal dott. Vittorio Federici dei Musei Vaticani.
INTERESSE ARTISTICO: l'immagine colpisce per la sua umanità, soprattutto nel volto.
ISCRIZIONI: nessuna.

Scrive il dehoniano P. Vincenzo Pinto nel testo sotto citato:
"Non si hanno notizie certe circa la data di composizione di questa tela che ripropone l'immagine del SS. Salvatore secondo gli stilemi notati nei quadri precedentemente esaminati (a Barletta: __ in Sant'Agostino, __ in Santa Maria Maggiore, __ in San Giacomo Maggiore; a San Mauro Forte (MT): __ in Chiesa dell'Annunziata; a Margherita di Savoia: __ nella Chiesa Madre).
L'ipotesi più credibile è che risalga alla fine del XVI secolo, ipotesi avvalorata soprattutto dall'umanità del volto, ritratto secondo i canoni pittorici dell'Umanesimo - Rinascimento.
  
Mons. Andrea Ariano è il primo a notare (negli «Acta Sanctae Visitationis Episcopurum Andriensium») nella chiesa della Madonna di Trimoggia l'immagine del SS. Salvatore (1691), dipinto su tela, venerato in una cappella laterale."
[testo tratto da "Iconografia del SS. Salvatore" di Vincenzo Pinto, Tip. San Paolo, Andria, 1997, pag.65]
Scrive Mons. Triveri nella relazione sulla sua visita pastorale del 23 novembre 1694:
"A destra del presbiterio, nell'abside della navata laterale è posto l’altare dedicato al SS. Salvatore, sul quale c'è un dipinto molto venerato di Nostro Signore Gesù Cristo Salvatore; ha poche suppellettili e manca della predella, per cui si ordina di abbellire l’altare e realizzare la predella di accesso."
Nel 1906 dall'immagine del quadro fu fatta scolpire una statua d'argento, purtroppo trafugata il 6 dicembre del 1983. Ecco il racconto di mons. Merra nel testo sotto citato:
"Questa bella statua di grandezza naturale, con la tinta d’argento antico, le conferisce un non so che di austero, da incutervi un sacro rispetto. Essa ritrae fedelmente la pittura del famoso antico quadro, dagli Andriesi tanto venerato. Se questa riproduzione nuoce un poco alla concezione artistica, è stato però ben fatto a conservare fedelmente anche nella statua le caratteristiche della pittura. La statua in lastre d’argento è di più di 30 Kilogrammi di cesello a sbalzo, del costo di più di 10 mila Lire. È stata lavorata dal celebre scultore A. Bonchi in Milano, in disegno obbligato dell’arte sacra. La sua altezza è di metri 1,75, e la base tutto argento è più di 10 centimetri. ..."
[testo tratto da " L’immagine del SS. Salvatore in Santa Maria di Trimoggia" in "Monografie Andriesi" di E. Merra, Tip. Pontificia Mareggiani, Bologna, 1906, Vol. I, pagg. 279-334,]



domenica 2 aprile 2017

Messina (ME) - Madonna Assunta


La Vara nel giorno della festa in onore della Madonna Assunta a Messina
La Vara è un grosso carro votivo dedicato alla Madonna Assunta e che viene portato in processione il 15 agosto di ogni a Messina. Il termine vara è la traslitterazione del termine bara dove giaceva il corpo della Dormitio Virginis (Madonna Dormiente). Essa è alta poco meno di 15 cm, è pesante circa 8 tonnellate e viene portata in processione da centinaia di fedeli tramite le gomene, corde lunghe poco più di 100 m tirate da due gruppi di persone che fanno capo a dei rispettivi capi-corda i quali, fino a qualche anno fa, indossavano delle magliette di colore blu e marrone, mentre adesso sono interamente di colore blu in onore della Madonna. L'origine di questa festa va ricercata in epoca preistorica alla quale risale un culto d'adorazione della Dea madre, origine della vita. Successivamente, in epoca poco precedente alla nascita di Cristo, nella città greca Zancle, antico nome di Messina, era presente un altro culto rivolto alla regine delle messi Demetra. Così in città nacque la devozione a Maria Madre di Dio e la tradizione dell'invio della Sacra Lettera di protezione costituisce di fatto il riferimento primigenio della fede dei messinesi alla Vergine. Ma la nascita vera e propria della festa con il culto della Vara avvenne nel 1535, anno in cui, con la riunione indetta dal Senato il 19 settembre, si stabilì di darsi compimento alla machina della Vara. Il 21 ottobre, in occasione dell'arrivo di Carlo V in città dopo le sue vittorie a Tunisi e a La Goletta contro Ariademo Barbarossa, essa fu messa definitivamente in funzione come carro trionfale ed in seguito trasformata in Machina devozionale raffigurante l'Assunzione della Vergine in Cielo. Francesco Maurolico, erudito scienziato e umanista messinese nel suo Sicanicarum Rerum Compendium del 1562 e Nicolò Iacopo D'Alibrando nella sua opera Il triompho il qual fece Messina nella Intrata del Imperator Carlo V del 1535 sono autori delle più antiche testimonianze al riguardo.

La composizione della Vara parte dalla piattaforma del cippo, sulla quale è rappresentata la Dormitio Virginis contornata da dodici apostoli, secondo la disposizione canonica della pittura bizantina, la Koimesis tou theothokou. Poco più sopra sono raffigurati i Sette Cieli, corrispondenti al Paradiso, che l'Anima della Madonna attraversa durante la sua ascensione, fedelmente alla concezione tolemaica dell'Universo (la Terra al centro e il Sole, la Luna e i pianeti ruotanti attorno ad essa), gli angioletti girano sorretti nei rispettivi raggi. Ancora più su si trova il globo terracqueo con le stelle fisse che sostiene altri angioletti i quali simboleggiano le Virtù Cardinali. Infine, nel punto più alto, la figura di Cristo che con la mano destra porge l'Alma Maria (l'Anima della Vergine) all'Empireo, dove avviene la diretta visione di Dio. In questa struttura sono evidenti anche l'influenza della Divina Commedia di Dante e l'intervento di Francesco Maurolico. Il progettista di essa dovrebbe essere stato Polidoro Caldara da Caravaggio il quale curò anche la costruzione degli archi trionfali eretti in occasione dell'arrivo di Carlo V a Messina. Fino al 1565 essa era munita di ruote che, a partire da quell'anno, furono sostituite da due pattini in legno, successivamente diventati d'acciaio per consentirne il trascinamento sul selciato bagnato. Nell'ambito del suo trascinamento durante il tragitto le figure assumono nomi tipici della cultura marinara, capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e comandante che liberano una forte energia al grido di Viva Maria, un tempo Viva la Madonna Santissima. 

A tal proposito L'Illustrazione popolare, nel 1888, annotava Quell'urlo selvaggio, clamorosissimo di tante migliaia di bocche fa venire la pelle d'oca, fa levare il cappello alle anime pie, fa scorgare una lacrima. Sempre di derivazione marinara è il verbo barare il quale è comunemente riferito allo spostarsi della nave quando scivola in acqua. Allo stesso modo la Vara scivola sull'asfalto bagnato. Nel corso degli anni a partire dalla sua nascita la cerimonia ha visto le visite di personaggi importanti e ha subito anche delle modifiche all'interno della sua organizzazione. Nel 1547 fu apprezza dalla viceregina baronessa di Mirto e nel 1571 da Don Giovanni d'Austria, al suo ritorno dall'impresa di Lepanto del 7 ottobre di quell'anno. All'epoca essa si montava e si allestiva in una piazzetta antistante la chiesa di S. Luca nei pressi della piazza S.Maria La Porta, attuale largo Sequenza. Nel 1591 Giuseppe Carnevale dottore in legge la definì Maravigliosa festività per l'altezza e grandezza sua e anco per l'ammirabile arteficio e magistero si tiene che sia, la più bella, e pomposa cosa del mondo. Nel '60 essa era alta 54 palmi (11,80 m) e animata da circa 150 personaggi. Placido Samperi nel 1644 né diede una descrizione sottolineando il dialogo tra Cristo e l'Anima della Madre in dialetto, successivamente scomparso: Si fa fermare di tanto in tanto, al suon di Pifferi e di Trombe, innanzi a Palazzi de Signori per dove passa, e né luoghi, dove le strade principali s'attraversano, e nel fermarsi colui, che su la cima rappresenta il Christo, con voce alta la cotal guisa all'Anima della Madre ragiona...

Il 14 agosto del 1681 in via Uccellatore (attuale Corso Cavour) in prossimità della chiesa dell'Annunziata (odierna chiesa di S. Antonio Abate) si verificò un incidente a causa della rottura della parte terminale della Vara. Sei personaggi, tra cui bambini che impersonavano gli angioletti, caddero senza però rischiare la vita. Nel 1695 la Vara fu ammirata dal Viceré Duca d'Osseda e nel 1698 dal Viceré Pietro Emanuele Colon Duca di Veraguos. Nel 1701 toccò al Viceré Don Giovanni Emanuele Fernandez Pacheco, marchese di Villena e Duca di Ascalona, assistere affacciato dalla finestra del convento della chiesa della SS. Annunziata dei Padri Teatini. Dal 1720 si è cambiato il giorno di festeggiamento, che dal 14 è divenuto il 15 agosto. 

Tra la fine del '700 e l'inizio dell'800 molti altri viaggiatori stranieri visitarono la processione, mentre a partire dal 1866 furono definitivamente tolte le figure umane nella rappresentazione dei personaggi e si adottarono le statue di legno e cartapesta al loro posto nella rappresentazione. Subito dopo il terremoto del 1908 la festa fu sospesa, soprattutto negli anni della Prima Guerra Mondiale, e ripresa nel 1929. Oltre all'usanza dei bambini che impersonavano gli angioletti, vennero meno anche le usanze di Cristo e della Vergine impersonati rispettivamente da un uomo e da un giovane ragazza scelta per sorteggio, sostituite anch'esse, come affermò il pittore Jean Laurent Houel nella sua opera Viaggio pittoresco nell'isola di Sicilia del 1784, da due statue di legno, del dialogo in dialetto tra i due e della questua della Vergine vestita del costume indossato sulla Vara e con l'aureola in testa nei giorni successivi alla processione. 

lunedì 27 marzo 2017

Imola (BO) - Beata Vergine del Piratello


"NON AVER PAURA STEFANO,
SONO PROPRIO LA MADONNA, LA MADRE DI DIO" 
27 marzo 1483

Un pio pellegrino, di nome Stefano Mangelli, percorre solitario la «strada regale», che da Bologna conduce alle città di Romagna. Viene da Cremona ed è diretto a Loreto, per venerare la santa Casa di Nazareth, dove il Verbo si è fatto carne. A mano a mano che avanza, il pellegrino non manca di rendere omaggio alle tante immagini della Madonna che incontra per via e di accendere una candela davanti a ciascuna di esse. Il Giovedì Santo del 1483, quell'anno cadeva il 27 marzo, ed era ancora una rigidissima giornata d’inverno; il pellegrino arriva a tre miglia da Imola, dove scorge, all'incrocio con una strada secondaria, un rozzo pilastro, fiancheggiato da un piccolo pero «un Piradel», che custodisce, in una finestrella, un’immagine di Maria col Bambino, dolce e materna. La località, a causa di quel piccolo pero «un Piradel», si chiama «il Piradello o Piratello». Il pellegrino si accosta a compiere il rito consueto di recitare una preghiera e di accendere una candela, quando accade un fatto meraviglioso: la sua candela si rovescia e si spegne, ma subito dopo, come per mano di un angelo, si risolleva e si riaccende da sé. Lo stupore del pellegrino si accresce, quando ode distintamente una voce dolcissima, che gli dice di andare alla vicina città a dire alla gente che lei, «la Immacolata Maria Regina di vita eterna», vuole essere venerata in quel luogo. 

«Non aver paura, Stefano, sono proprio la Madonna, la Madre di Dio. Se quelli non ti credono, mostra queste»;

mentre la Madonna gli parla, Stefano sente che la sua casacca si riempie di rose, nonostante la stagione ancora fredda. Con la gioia nel cuore e la certezza che Maria gli abbia veramente parlato, il pellegrino percorre d’un fiato le tre miglia che lo separano dalla città e si presenta al Magistrato, al quale narra l’accaduto. Il fascio di rose freschissime, che si ritrova in grembo, nonostante il rigidissimo inverno, vale a dissipare ogni dubbio sulla veridicità del messaggio che egli reca.

Le campane suonano a distesa, anche se in quel giorno il loro suono è vietato dalle leggi liturgiche. Il popolo accorre sulla piazza maggiore, non sapendo se quel suono indichi un fatto di guerra o un fatto di pace. Indescrivibile è la gioia di tutti, quando il pellegrino, agitando il fascio di rose, proclama ad alta voce il Messaggio di Maria. Un’immensa folla si avvia verso il miracoloso pilastro, preceduta dal pellegrino, dal Magistrato e dal Vicario del Vescovo. I miracoli si susseguono e l’entusiasmo dei fedeli cresce incontenibile; è subito eretta una tettoia a protezione del Pilastro e davanti, un altare per la celebrazione della Messa.
Il pellegrino riparte quasi subito, per soddisfare il suo voto al Santuario di Loreto, e poi torna a Cremona, dove ha la sua famiglia ed i suoi affari.(1)

I Signori di Imola e di Forlì, Girolamo Riario e Caterina Sforza, che si trovano a Roma, informati del fatto, provvedono ad una migliore custodia del pilastro ed alla devozione sempre crescente della gente, invitando al Piratello i «Romiti di Valverde», cioè i Frati del Terzo Ordine della Penitenza di S. Francesco, che essi ben conoscono, perché a Forlì i Frati hanno il romitorio proprio nei pressi del loro castello. 

La conquista disarmata

Tra i primi Frati che giungono al Piratello vi è il beato Geremia Lambertenghi da Como, uomo veramente santo, dedito alla contemplazione ed alla penitenza; la venuta dei Frati segna un incremento incessante nello sviluppo del Santuario, dove i miracoli non si contano più.
Lo storico contemporaneo Andrea Bernardi, detto il «Novacula», ci parla di tanti miracoli stupendi ed infiniti, fra i quali ricorda la guarigione di una sua nipote, affetta da un gran male agli occhi.
Il Papa Innocenzo VIII, nel 1490, scrive che «per intercessione della sua genitrice, il Signore Nostro Gesù Cristo, in questo luogo, mostrò frequentemente miracoli di ogni sorta».
Nel 1500, sulla povera città di Imola si addensano nubi di tempesta. Cesare Borgia muove da Bologna con un poderoso esercito di mercenari, per riconquistare le città di Romagna che si sono ribellate al Governo Pontificio. L’esercito si accampa al Piratello, in attesa di sferrare l’attacco e mettere a ferro e fuoco la ribelle città di Imola, difesa da Caterina Sforza. Ma, come egli stesso scrive, viene a sapere che «la potenza dell’Altissimo, benché ovunque diffusa, pure per la mediazione dei religiosi che vi abitano (è evidente l’allusione al beato Geremia, superiore della comunità terziaria) frequentemente esaudisce coloro che pregano e li soddisfa con grazie miracolose». Pertanto, «acceso da singolare zelo di devozione», fa voto di completare la chiesa, di erigere una cappella in onore della Concezione di Maria e di dotarla con perpetua dote, se gli sarà concesso di conquistare Imola senza far ricorso alle armi, e così avviene. Negli animi degli assediati in Imola non vi è più ormai alcuna volontà di combattere per la signoria di Caterina; il comandante, Giovanni Sassatelli ben volentieri sottoscrive il patto di resa ed apre le porte della città. Cesare Borgia mantiene il suo voto: fa costruire la Cappella, abbellendola con un prezioso dipinto, attribuito a Leonardo da Vinci, nel quale vuole essere raffigurato lui stesso, genuflesso, implorante la protezione della Vergine. Di questo dipinto però si è persa ogni traccia, ma è certo che esso rimane nel Santuario fino al tempo della soppressione napoleonica.


Alessandro VI, venuto a conoscenza del fatto, nel 1501 ricolma il Santuario di vari privilegi, dato che «i fedeli – scrive – qui confluiscono volentieri perché conoscono di essere più abbondantemente rifocillati dai doni della grazia celeste». I privilegi furono poi confermati da Giulio II, che nel 1504 viene a venerare la Madonna del Piratello e si ferma a pranzo con i frati. (2)

Francesco Guidi da Montefiore, un frate del terz’ordine, che vive per molti anni al Piratello, da testimonianze raccolte, agli inizi del ’600, scrive che le vaste pareti della chiesa, costruita ad opera soprattutto del beato Geremia, erano letteralmente tappezzate da migliaia di tavolette ex voto per grazie ricevute, ma che nel 1557 i soldati francesi, accampati all'interno della chiesa, le hanno bruciate in gran parte per riscaldarsi.

Ai suoi tempi si contano ancora, appese ai muri della chiesa, più di quattrocento tavolette dipinte, attestanti altrettanti fatti miracolosi avvenuti per intercessione di Maria.
Fra Francesco ricorda in particolare una nave artisticamente scolpita, appesa alla volta della chiesa, a testimoniare l’intervento prodigioso della Madonna, nel salvataggio dei naufraghi, segno che la devozione alla Beata Vergine del Piratello si è diffusa anche in Paesi lontani.
Ricorda pure l’ex voto di Fra Bartolomeo Garganello, un frate terziario, che, mentre da Lodi si trasferisce al convento del Piratello, lungo la strada, sulle rive dell’Adda, è aggredito dai malandrini. Il povero frate è bastonato, ferito con una coltellata alla gola e poi gettato nell’Adda.
Fra Bartolomeo si raccomanda allora alla Beata Vergine del Piratello, che gli appare, «con le sue proprie mani lo caccia fuori dal fiume», e in un baleno lo fa trovare al Piratello. Poiché non può inghiottire cibi solidi, i frati suoi compagni lo nutrono per qualche giorno di brodo e pane grattugiato, con un cannello, attraverso la ferita della gola. Gli rimane così il soprannome di fra “Garganello”.

Con i miracoli cresce la devozione alla Vergine, e nel 1617 la città di Imola vuole che la Madonna del Piratello, in occasione delle Rogazioni, si trasferisca nella chiesa Cattedrale, come da anni si è soliti fare nella vicina Bologna, con la Madonna di S. Luca. In quell’anno, nella piazza Maggiore, la Madonna del Piratello riceve la corona d’argento per mano del Vescovo di Imola, Mons. Paleotti. Il 15 agosto 1714, è collocata sul capo della Vergine Santa la corona d’oro, decretata dal Capitolo Vaticano il 2 novembre 1711.

La protezione di Maria si manifesta in modo speciale nei tempi duri della Rivoluzione Francese. Il 22 agosto 1798 viene soppresso il convento del Piratello ed espulsi i quindici frati che lo abitano, ad eccezione di P. Luigi Masotti di 86 anni. Ma non per questo la città smette di onorare la sua Madonna e di celebrare le sue feste. Alla fine di maggio del 1799, i cittadini di Imola insorgono contro i francesi ed abbattono gli alberi della libertà; ottocento francesi, guidati dal Generale Hullin, uno dei più spietati rivoluzionari che si era distinto nella presa della Bastiglia, sono mandati a punire la città. Il Vescovo, il Cardinale Barnaba Chiaramonti, che il 14 marzo del 1800 sarà eletto Papa con il nome di Pio VII, muove incontro alle bande nemiche; al Piratello scongiura la Vergine Santa che salvi Lei la sua città, e poi va incontro al Generale. Si ripete il miracolo accaduto al tempo di Cesare Borgia: anche questa volta la città è risparmiata.
Nell’aprile 1814, il Papa Pio VII torna dall’esilio, e fa sosta al Piratello per ringraziare la Madonna. Qui lo incontrano il clero e il popolo. L’entusiasmo giunge a tal punto che, staccati i cavalli, gli stessi fedeli di gran corsa trainano la carrozza del Papa in città.

Patrona dei pellegrini

La Madonna ha scelto un pellegrino, Stefano Mangelli per affidargli il messaggio, che è alla radice della devozione del Santuario del Piratello, luogo di tante grazie di Maria per i suoi fedeli. Per questo Ella è venerata come la Patrona dei Pellegrini.
“Tutti siamo in cammino per le vie del mondo, verso la nostra ultima destinazione, che è la patria celeste", ci ricorda il Papa Giovanni Paolo II, "Quaggiù siamo solo di passaggio. Per questa ragione, nulla può darci il senso profondo della nostra vita terrena, lo stimolo a viverla come una breve fase di sperimentazione e insieme di arricchimento, quanto l’atteggiamento interiore di sentirsi pellegrini. I santuari mariani, sparsi in tutto il mondo, sono come le pietre miliari poste a segnare i tempi del nostro itinerario sulla terra: essi consentono una pausa di ristoro nel viaggio, per ridarci la gioia e la sicurezza del cammino, insieme con la forza di andare avanti, come oasi del deserto, nate ad offrire acqua ed ombra” (dal discorso del 19 marzo 1982) (Tratto dalla rivista "Maria Ausiliatrice" del marzo 2004)
1) Don Mario Morra, SDB1 G. F. Cortini, La Madonna del Piratello presso Imola, seconda edizione, riveduta dall’Autore, (Imola, Galeati 1939); Romeo Galli, La vera origine del santuario del Piratello (1489-1543), con illustrazioni e documenti inediti, (Bologna, Mareggiani 1943).
2) Morresi Giovanni, La Madonna del Piratello nella storia degli imolesi 1483-1983, (Imola, Galeati 1983). 
Visita il sito ufficiale del Santuario

Santuario Località Piratello - Via Emilia Ponente 27 - IMOLA
Telefono della Parrocchia 0542 40455

domenica 12 marzo 2017

Agazzano (PC) - Beata Vergine del Pilastrello


Santuario Beata Vergine del Pilastrello

Accanto al torrente Luretta troviamo il santuario Beata Vergine del Pilastrello sulla strada che porta a Rezzanello. Lo troviamo citato per la prima volta in un documento risalente al 1630. Un certo Riccardo Rossi aveva trasportato l’immagine della Madonna di Loreto sul muro di una costruzione di sua proprietà.

Nel 1630 dopo l’epidemia di peste Rossi fece costruire una chiesetta donando una parte della sua eredità forse a causa di una grazia ricevuta. Egli fece porre all'interno del santuario l’immagine della Vergine di sua proprietà. Nel corso del tempo la Madonna attirò molti fedeli e la devozione si localizzò sempre più trasformando la Madonna di Loreto in “Madonna del Pilastrello”. Essa fu quindi ufficialmente riconosciuta nel 1644 quando si tenne una solenne processione.

Su volere del Vescovo Scalabrini nel 1902 si decise di edificare un nuovo santuario di fronte al sito dove era custodita l’antica immagine. All'edificazione del tempio parteciparono anche i popolani che dedicarono con zelo il loro tempo libero per dedicarlo a giornate lavorative gratuite. La prima statua del Pilastrello fece ingresso nel santuario nel 1923. La statua viene oggi spostata solamente durante l’ultima settimana di Maggio quando viene trasportata nella vicina chiesa parrocchiale per poi essere riportata in processione al santuario. L’ultimo intervento risale al 2000 quando vennero eseguiti lavori di consolidamento grazie all'interessamento del parroco Don Mario Boselli (tratto dal sito http://www.viaggispirituali.it/).


AGAZZANO (PC) - 29100 - TEL. 0523 - 976677
BEATA VERGINE DEL PILASTRELLO



sabato 4 marzo 2017

Varese (VA) - S. Maria del Monte, Monastero delle Romite


Affresco di Stefano Maria Legnani, sec. XVIII
Monastero delle Romite Ambrosiane

Nel XV secolo il monte sopra Varese era una distesa di boschi e radure selvagge, con qualche casupola e alcune grotte, dove trovava riparo chi voleva dedicarsi a una vita di meditazione e solitudine ai piedi dell'antico Santuario. A questa comunità si aggiunse, intorno al 1450, un'orfana quindicenne di Verbania, Caterina Moriggi, decisa a votare la propria vita alla preghiera. Sopravvissuta alla peste, Caterina accolse nel 1454 un'altra giovane fedele, Giuliana Puricelli da Verghera di Samarate, iniziando con lei un'intensa attività di preghiera e assistenza ai pellegrini, che salivano al Santuario sempre più numerosi. In particolare al pellegrino assetato veniva offerta l'acqua ristoratrice, secondo una tradizione ancor'oggi rispettata.

Il 10 novembre 1474 Papa Sisto IV, su richiesta delle due donne, concesse l'autorizzazione a costruire il monastero. Il 10 agosto 1476 le romite divennero monache con la professione di fede, osservando la Regola di Sant'Agostino, le Costituzioni dell'Ordine di Sant'Ambrogio di Nemus e ottenendo il diritto di celebrare l'ufficio liturgico secondo il rito ambrosiano. Caterina morì il 6 aprile 1478 e alla guida del monastero le successe Benedetta Biumi. Il monastero, costruito grazie alla munificenza dei Visconti, crebbe d'importanza e le monache aumentarono di numero. Fu aperta una scuola, poi trasformatasi in collegio.

Nel 1798 la Repubblica Cisalpina tolse alle monache il riconoscimento religioso e si dovette attendere il 1822 per ripristinare il monastero e il collegio. Nel 1969, infine, la scuola fu soppressa definitivamente, restituendo alle Romite l'originaria identità di contemplative in regime di stretta clausura.

Attualmente le romite sono una quarantina, coltivano gli orti e allevano animali da stalla. Nel 1969 è nato il laboratorio di restauro sotto la guida di Carlo Alberto Lotti dove le madri operano per salvare dalla rovina preziose opere d'arte, bisognose di particolari cure. Alcune di loro studiano e preparano la liturgia e il Canto Ambrosiano, altre seguono con costanza il lavoro d'archivio e di biblioteca.

Annesso al Monastero è stato creato un Centro di Spiritualità per chi desidera vivere qualche ora o giorno di preghiera o di silenzio. Con questo servizio le Romite offrono la possibilità di un incontro con Dio nella preghiera.

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giovedì 23 febbraio 2017

Latiano (BR) - Maria SS. di Cotrino


STORIA DELL'AFFRESCO MARIANO
La bellissima e antica effigie della Madonna di Cotrino

La realtà storica del Santuario di Cotrino si fonda sulla presenza di una meravigliosa effigie della Vergine Maria. Si tratta di una stupenda icona di epoca bizantina che, dopo vari rimaneggiamenti e soprattutto dopo il restauro ultimato nel settembre del 1965, mostra ai devoti e ai tanti pellegrini il volto tenero di una Madre con in braccio il suo Bambino (Madre della tenerezza o glicofilusa), in un atteggiamento mirabilmente affettuoso, espresso dal contatto delle guance. Gli occhi a mandorla della Vergine sono rivolti verso il pellegrino, riflettendo uno sguardo amoroso e profondamente materno, quasi a voler indicare la possibilità anche per lui di essere partecipe di tanta intimità e amorevolezza. Il capo della Vergine e del Bambino sono ornati della sacra aureola. Il Bambino ha lo sguardo rivolto verso la Madre, ma con la sua mano destra, in un atteggiamento benedicente, esorta il devoto a lasciarsi afferrare dalla stupenda atmosfera orante e amorosa, creata dai due protagonisti. Probabilmente, le attuali linee di contorno, vistosamente artefatte, e le campiture di colore, impoverite o distrutte, conservano solo una vaga memoria della originaria stesura, dei cui ripetuti rifacimenti hanno risentito in particolare i tratti somatici dell’icona. Ad uno sguardo d’insieme, tuttavia, è possibile ancora oggi rendersi conto della maestosità artistica e del grande valore dell’immagine mariana di Cotrino. Anche se essa non è isolata nel suo genere, ricollegandosi, per i suoi tratti e caratteristiche, alle tantissime Madonne di stile bizantino, presenti in terra d’Otranto ad opera dei monaci basiliani, quella di Cotrino è, tuttavia, un’immagine insigne e peculiare, a motivo della sua storia e della sua grande devozione da parte del popolo di Latiano e delle popolazioni limitrofe. 

I ritocchi e i vari rimaneggiamenti, subiti dall’effigie lungo i secoli, sono testimoniati dall’immagine su tela, conservata nel coro del monastero e realizzata dal pittore Salvatore Murra (1909-1972), su cui si legge la seguente iscrizione: Effigie Madonna di Cotrino ritratta dall'affresco prima dello stacco e del restauro operati nel 1965. E, infatti, le pratiche per il restauro del prezioso affresco furono avviate nel 1961 dall'allora priore padre Alacrino Velocci e proseguite dal successore, il padre Filippo Agostino, sotto la direzione del sorprintendente di Bari, il dott. Francesco Schettini. Nel 1965 la soprintendenza di Bari inviò un tecnico per operare lo stacco dell'immagine dall'abside e portarla a Bari per gli opportuni interventi. Dopo vari mesi di pazienti lavori, e precisamente nel settembre 1965, l'immagine originale della Vergine, applicata su tela e liberata dalle sovrastrutture posteriori, riappare in tutto il suo primitivo splendore, e viene, quindi, ricollocata nel suo posto originario. Però, in seguito, si preferì sostituire l'originale con una copia perfetta, realizzata dal padre Agostino Caputi, che ancora oggi è collocata sulla parete centrale del presbiterio dell'antico santuario. In seguito alla costruzione del nuovo Santuario, nell'anno 1992, l'affresco originale restaurato e incorniciato in una preziosa cornice bronzea, realizzata dall'artista Carmelo Conte, venne posizionato sulla parete centrale del presbiterio. Le dimensioni del tutto sproporzionate rispetto alla parete e all'intera struttura della nuova chiesa, nonché l'architettura del tutto moderna, rendevano necessaria la realizzazione di un'immagine armoniosa con l'insieme architettonico. E fu così che nel 2006, invece dell'affresco, prendeva posto nel Santuario l'artistico mosaico, raffigurante la Vergine di Cotrino, realizzato dall'artista Alessia Cataldo della ditta Domus Dei di Roma (tratto dal sito http://www.santuariodicotrino.it/).

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